Napoli, esplode la voglia di calcio: tutti in piazza per fare gol

Domenica 24 Maggio 2020 di Bruno Majorano
Napoli, esplode la voglia di calcio: tutti in piazza per fare gol

La partita di pallone. Non esattamente come quella che intendeva - e cantava - Rita Pavone, ma poi nemmeno così diversa. Perché a Napoli, senza quello giocato dagli azzurri, il calcio ci mette un attimo a diventare patrimonio di tutti. E allora succede che gli effetti del Coronavirus su quel mondo portano a un clamoroso trasferimento: dal San Paolo alle piazze. Basta poco, e da quando sono iniziate le graduali riaperture da parte del Governo e della Regione, l'ingresso del Convitto è diventato una porta perfetta, così come le statue di piazza del Plebiscito si sono trasformate nei pali, mentre il tabellone del canestro di piazza Garibaldi è stato preso di mira da tiri liberi e schiacciate. Se quello dei professionisti si ferma, il pallone dei ragazzi continua a rotolare.

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Sembra di essere tornati indietro nel tempo, ma al posto della mitica DeLorean di Ritorno al futuro, basta un semplice Super Santos, quella sfera arancione che negli anni ha rappresentato un piccolo grande oggetto del potere. «Il pallone è mio: decido io», uno slogan che da un giorno all'altro è tornato ad essere prepotentemente di moda. Appuntamento dopo le 18 per gli amici del quartiere, sgravati dai compiti a casa e con le scuole calcio ancora chiuse, che hanno trovato il modo per tenersi in allenamento in strada. «In realtà il fenomeno del calcio nelle piazze di Napoli non è mai tramontato», spiega Lello che a piazza Dante è con suo figlio Paolo. Lo osserva mentre palleggia e scambia qualche passaggio con gli amici. «Ma è anche vero che in questo periodo ho visto raddoppiarsi il numero di bambini che si sfidano qui. E anche per noi papà tra smart working e lavoro ridotto c'è più tempo per dedicarsi ai figli e magari fare anche due tiri con loro».
 

 

Proprio davanti ai cancelli del Convitto Vittorio Emanuele II sembra di essere su una spiaggia di Rio de Janeiro, e piazza Dante diventa in un attimo Copacabana. Si giocano contemporaneamente quattro partite. Un paio di tre contro tre, una di calcio tennis due contro due con una panchina in cemento a fare da rete e per finire la più avvincente: la classica porta americana (tutti più o meno contro tutti, ma si segna in una porta sola) all'ingresso del Convitto, con un portiere che indossa addirittura dei guanti professionali. Ci sono i piccoli inconvenienti del contesto, spesso il pallone finisce tra i tavoli dei bar circostanti, ma nessuno sembra essere infastidito: d'altra parte anche i tifosi sono in astinenza da calcio e quello è un modo alternativo per partecipare alla partita. Per le sfide ancora più serie basta andare un po' più avanti con le lancette dell'orologio e aspettare il calare della sera, quando piazza del Carmine si trasforma nel Maracanà. Va in scena un torneo 6 contro 6 che illumina, nel vero senso della parola, le notti della piazza. Non c'è un limite di età, perché a sfidarsi sono ragazzi dai 14 a salire. E poco importa se oggi la piazza si presenti come una sorta di piccolo cantiere tra auto parcheggiate e detriti abbandonati, perché quando il pallone inizia a rotolare l'attenzione è solo per chi la butta dentro prima.
 

A piazza del Plebiscito, invece, il panorama offre uno spettacolo ancora diverso. Oltre ai vari gruppetti di amici che si sono dati appuntamento per fare due tiri tra le statue di palazzo Reale, ci sono anche dei bambini di una scuola calcio. Qualcuno indossa la maglia del proprio idolo del Napoli e il gioco è semplice, oltre che il più vecchio del mondo: passaggi e tiri in porta. Cambia la piazza e cambia ancora la realtà, ma non certo la passione. A piazza Garibaldi, infatti, niente calcio, ma tiri liberi e schiacciate dominano la scena. Le squadre sono miste, nel senso che ci sono ragazzi extracomunitari e ragazzi della zona. Si gioca 2 contro 2 e le sfide sono all'ultimo canestro.

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In strada è cresciuto anche Antonio Floro Flores (dal 2000 al 2004 ha vestito la maglia del Napoli), che dalle saracinesche dei garage del Rione Traiano è passato a fare gol nelle porte di serie A. Oggi ha smesso di giocare ma ricorda quelle interminabili sfide sul cemento come il trampolino di lancio della sua carriera. «Ho giocato in strada da quando avevo 6 anni e praticamente non ho mai smesso». Perché anche con gli anni quella passione non è cambiata. «Noi del quartiere organizzavamo dei tornei. Anche quando ero in serie A aspettavo la fine della stagione per poi tornare in strada. Tra i miei avversari c'erano anche Paolo Cannavaro, Pasquale Foggia e Aniello Cutolo: tutti giocatori professionisti come me. Erano vere e proprie battaglie e non avevamo paura di farci male: per noi era vita». Ricordi di calcio, ma non solo. «Se impari in strada, puoi giocare ovunque. Da piccolini andavamo di nascosto in un campo della Polizia. Andavamo di sabato, quando gli uffici erano semivuoti, ma in realtà lo sapevano tutti che eravamo lì. Oggi pagherei per poter far vivere a mio figlio quei momenti: scendere in strada con i compagni, cadere, rialzarsi e litigare. Ho conseguito solo la terza media, ma quella della strada è una laurea a tutti gli effetti. Mi ha aiutato a crescere e, se fossi responsabile di un settore giovanile di un club di serie A, oggi scenderei nelle piazze a scovare i talenti di domani».

Ultimo aggiornamento: 11:39 © RIPRODUZIONE RISERVATA