Napoli, la frutta resta sugli alberi: «È troppa, non vale nulla»

Sabato 29 Giugno 2019 di Cristina Liguori
Troppa frutta, prezzi bassi, scarsa richiesta, raccolta ferma. Un mix quasi letale per gli agricoltori della provincia di Napoli e Caserta che sono in piena crisi. I frutti di stagione come pesche, albicocche, prugne e ciliegie restano infatti attaccati agli alberi, i braccianti non lavorano, le industrie non comprano più nulla e i commercianti e in generale la grandi catene di distribuzione approfittano per pagare il meno possibile. Così le aziende e i piccoli agricoltori sono praticamente in ginocchio.
 
L'allarme è stato lanciato dalla Confederazione italiana agricoltori (Cia) che sta cercando di trovare soluzioni. L'altra sera a Giugliano c'è stato un incontro urgente tra i vertici del Cia e decine di agricoltori, possidenti di terreni tra le due province. Un confronto leale, aperto, nella consapevolezza che le strade da percorrere non sonop molte. La causa principale di questo scompenso stagionale, ossia l'eccessiva produzione di frutta, in realtà era stata prevista ma non ci si aspettava un tonfo di proporzioni così elevate. Ma c'è dell'altro. Le abbondanti piogge di maggio hanno provocato non pochi danni alle colture. I frutti infatti non sono di altissima qualità. Il clima non ha dato loro il tempo di crescere in modo adeguato rispetto ai consueti standard. In più, per le stesse bizzarrie climatiche tutti i tipo di frutta sono maturati - poco e male - contemporaneamente: non c'è stata la consueta «staffetta» tra le diverse specie. Per tutti questi motivi il prezzo è calato vertiginosamente. Le albicocche e le prugne sono arrivate a costare 5 centesimi al chilo, le pesche venti centesimi, le ciliegie meno di 1 euro al chilo. Prezzi che non solo non sono sostenibili ma bloccano la raccolta stessa. Il proprietari terrieri infatti non riescono a pagare i braccianti, la manodopera, il trasporto. Insomma conseguenze a catena che enormi danni all'intero comparto.

La Campania è la seconda produttrice di frutta d'Italia dopo l'Emilia Romagna. La maggior parte delle colture di frutta ricade sulla fetta di territorio che va da Giugliano fino alla provincia di Caserta inoltrata. L'albero di pesco rappresenta oltre il 35% della superficie investita a frutteto. L'albicocco è un'altra importante produzione arrivando in Campania a coprire oltre il 50% delle coltivazioni italiane: la produzione è concentrata alle pendici del Vesuvio, dove quest'anno la produzione è stata falcidiata dalla sharka, insidiosa malattia virale. Un indotto di grossa rilevanza quindi che impiega migliaia di persone, in questo periodo costrette a un riposo forzato. Gli agricoltori hanno tentato di tutto per evitare la crisi, praticando anche la «schermatura», la pratica cioè di diradare i frutticini in eccesso dalle piante per evitare la sovrapproduzione. «Non c'è stato nulla d fare - ha spiegato Fabio Marozzi della Confederazione Italiana agricoltori - I prezzi sono crollati ai minimi storici. Anche perché oltre ai prezzi bassi c'è anche l'industria di trasformazione che sta ritirando pochissima frutta. Se la ritrassero per noi sarebbe una boccata d'ossigeno ma per ora non sta accadendo. Abbiamo tentato di tutto per risolvere questa situazione ma il mercato è crollato». Ai fattori naturali si aggiungonofattori esterni. La frutta proveniente da altre nazioni ha creato non poche difficoltà in Italia. Una concorrenza feroce sui prezzi che spesso blocca quasi totalmente le vendite. «Chiediamo aiuto - continua Marozzi - andare avanti così è veramente difficile». Ultimo aggiornamento: 11:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA