Napoli, sfregio al Plebiscito e la città si mobilita: «Salviamo la storia»

Venerdì 5 Novembre 2021 di Gennaro Di Biase
Napoli, sfregio al Plebiscito e la città si mobilita: «Salviamo la storia»

I due turisti francesi hanno la faccia impietrita. Stanno salendo i gradini del colonnato del Plebiscito dal lato di via Console e, precisamente sotto al loro naso, un nutrito gruppo di liceali ha appena dato fuoco a svariate cartacce messe a bruciare in un basamento di plastica rubato a qualche transenna. «Questa è un’opera d’arte», sghignazzano. La colonnina di fumo del piccolo incendio accompagna i primi passi dei due vacanzieri nel portico. La loro espressione è sempre più impietrita, non solo per la puzza ma anche per i letti dei clochard che dormono in pieno giorno. E per le scritte, falli e svastiche compresi, che campeggiano dappertutto a qualche passo dai poveri ammassi di coperte sporche. Il Plebiscito annega nell’abbandono e, allo stato attuale delle cose, è «un’enorme piazza d’armi buia e vuota». Niente panchine, niente tavolini, niente botteghe. Solo anarchia, Super Santos e un’inciviltà tanto triste quanto nota. 

Tornano le prime piogge e torna il prato verde, tra i basoli a pochi metri da Palazzo Reale. Il piazzale è in parte ancora occupato dal cantiere della metro. «Tra pochi mesi andrà via», assicurano i custodi. Poco più in là, dal lato di piazza Carolina, c’è la grata d’areazione per il sottopasso della Linea 6, piccolissima, nonostante il tanto rumore istituzionale generato dalla sua costruzione negli anni scorsi. Tolti i cavalli di bronzo, che sono immacolati e in buono stato, il resto del colonnato è il diario dei liceali che assediano la Basilica di San Francesco di Paola: le pareti del portico più famoso di Napoli sono uno scempio di inni a Hitler, scarabocchi, falli e frasi da crisi emotive adolescenziali. Le scritte, a causa loro, si moltiplicano con la rapidità di pani e pesci. Non mancano i problemi strutturali: c’è un’infiltrazione e nel colonnato piove. Anche una lastra di marmo del sagrato è in frantumi, come le zampe e le facce di alcuni dei leoni egizi che, impotenti, testimoniano l’inciviltà di tanti napoletani e l’incuria delle istituzioni. 

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L’appello per il rilancio del Plebiscito, lanciato ieri su queste pagine da Epifani, direttore di Palazzo Reale, è un grido nel silenzio dei portici. Delle 17 saracinesche affacciate sul colonnato, ne sono occupate 3. La libreria Treves e l’Archivio Parisio, di cui restano le insegne, sono chiusi da circa 7 anni. Li precedono un bar e una pizzeria (ieri pomeriggio chiusa) e la bottega artigianale Lumière di Achille Crispino. La sua è una cattedrale nel deserto del cuore di Napoli. «Sono l’ultimo bottegaio - spiega Crispino - Abbiamo fatto decine di interviste, siamo così stanchi che facciamo fatica a parlare. L’amministrazione de Magistris, come sapete, negli anni scorsi pubblicò un bando per le botteghe, e alcuni locali sono stati anche aggiudicati a commercianti. Nessuno ha mai aperto niente però, per problemi burocratici. So di imprenditori che avevano vinto la gara d’appalto e iniziato i lavori, ma sono stati interrotti. Non so se c’entri il Covid, ma di sicuro era difficile pagare un affitto per chi voleva aprire qui una gastronomia di un certo livello. Noi lavoriamo con prodotti realizzati a mano: vorremmo continuare ma siamo completamente soli. Il passaggio è limitato: i lavori per la metro ci hanno fatto da tappo e il colonnato viene percorso solo dai turisti interessati a visitare la chiesa. Spero almeno che la nuova Amministrazione dia la possibilità a chi si è aggiudicato i lavori di continuarli e di aprire. E spero abbassi gli affitti dei locali, che sono stati equiparati ai prezzi di quelli di via Chiaia: intorno ai 5mila euro per 150 mq qui, in una zona in cui passano 100 persone al giorno. Su Chiaia, invece, ne passano 100 all’ora. Se il canone si alzerà anche per noi, non riusciremo a vivere. Ora stiamo sopravvivendo tra clochard e partite di calcio nella piazza più bella d’Italia». 

 

Anche Massimiliano Rosati, socio del Gambrinus assieme alla famiglia Sergio, vive quotidianamente il degrado del colonnato nell’epicentro di Napoli. «Regna l’abbandono - racconta - Questa è una piazza vuota, una piazza d’armi. Ecco perché il porticato diventa terra di nessuno per le feci dei cani, per le coppiette, per i ragazzini incivili e per i clochard. Il lato di Palazzo Reale è popolato, visto che è una delle principali vie d’accesso al lungomare per i turisti, ma il lato alto del Plebiscito è il deserto. I sanpietrini e i basoli stanno saltando, bisognerebbe alzarli e risistemarli. Il cantiere della metro sta per essere chiuso, al momento è solo un deposito. In piazza servirebbero panchine, magari una fontana, penso a quella di Monteoliveto. E un gazebo per il Gambrinus: saremmo pronti a metterlo. Del resto il nostro bar dà luce alla piazza di sera. Dove ci sono locali, l’area diventa più viva e sicura. Assegnare i piccoli locali sotto i portici è essenziale per la rinascita del Plebiscito. Come imprenditore, sarei molto interessato a prendere in gestione gli spazi della libreria Treves, con il permesso di Fec, Prefettura e Comune. Ne potrebbe nascere un esercizio di libri e caffetteria».

Ultimo aggiornamento: 6 Novembre, 18:09 © RIPRODUZIONE RISERVATA