Napoli svilita: rovi, voragini e transenne, è scempio anche tra le tombe

Mercoledì 11 Settembre 2019 di Gennaro Di Biase
Dalla città dei vivi a quella di chi non c'è più: aperto il nuovo forno crematorio, quello vecchio è una discarica. Altre due discariche (non solo di rifiuti cimiteriali) accolgono i visitatori dall'ingresso di via del Riposo. Viali off limits e interamente ricoperti dalle erbacce, nonostante l'impegno dei dipendenti di Napolipark: «Siamo in 45 dicono Ma Poggioreale è una città. E siamo solo in 6 o 7 ad occuparci della pulizia delle strade, gli altri sono dislocati negli uffici, nei palazzi e per altre mansioni».
 
Poi si trovano crepe nell'asfalto, calcinacci, tubolari e transenne nuovi e vecchi, marmi frantumati dal tempo che passa o dagli alberi (specialmente cipressi) caduti durante le bufere (molti dei quali, va detto, sono stati potati). Ancora, si trovano «cappelle cantiere» e tombe semiaperte. Anche il «quadrato degli uomini illustri», dedicato ai morti vip, purtroppo è uno dei punti più ciechi di tutta Poggioreale. Molti defunti, nel quadrato adiacente, sono stati dimenticati nei decenni e ne deriva un degrado generale dell'area. La tomba di Palasciano e quella di Mercadante sono ormai monumenti infestati da larve ed erbacce. E se le cappelle di Totò e Nino Taranto, nel Cimitero del Pianto sulla Doganella, sono ben tenute, lo stesso non si può dire dei cassonetti stracolmi ai loro piedi e dei vicini edifici spicconati.

Due terribili discariche incivili, si diceva, fanno compagnia ai fiorai all'ingresso di Poggioreale dal lato di via del Riposo. Dietro il muro di cinta, tutti i palazzi esibiscono il grigio dei mattoni invece dell'intonaco, caduto da larghe porzioni delle facciate. Prima di entrare, Salvatore Giordano del bar Il Custode del Caffè anticipa un problema: «L'allerta meteo arriva spesso, e ogni volta che arriva il cimitero chiude per assenza di manutenzione. Per me è un danno commerciale e lo è anche per i fiorai. Stiamo andando incontro all'inverno, e servirebbe più manutenzione per evitare le chiusure ripetute: la settimana dei morti del 2019, che per noi è sacra e fondamentale per gli affari, fu tragica per la chiusura del cimitero dovuta alla caduta di alberi e ai transennamenti di alcune congreghe. Lavorammo pochissimo. Mi hanno proposto di entrare nell'Associazione Fioraia area cimiteriale che si sta formando per far valere i nostri diritti». Una volta entrati, comunque, il primo impatto non è dei peggiori. Il lato sinistro del cimitero è abbastanza ben tenuto, e almeno quattro dipendenti di Napolipark stanno potando erbacce con un certo stakanovismo: «Stiamo facendo un gran lavoro dicono Anche se ci si è rotto il camioncino e ci è scaduto il contratto sul rinnovo di alcune mansioni, come il sollevamento dei bidoni e la lavanderia. Siamo pochi, comunque. Una volta a Poggioreale c'erano 100 dipendenti, più del doppio». Il lato destro del cimitero, infatti, lascia a desiderare. Alcuni viali sono inaccostabili, causa erbacce. Il vecchio forno crematorio, transennato, è una discarica di materiale edile. Secchi di vernice, impalcature di legno, qualche sacchetto di immondizia misteriosa.

Questa è la zona più evocativa. E la più abbandonata. In questa parte del cimitero di Poggioreale (dal lato di Santa Maria del Pianto) si trovano le tombe più antiche. E cioè le più affascinanti e screpolate. La potatura della malerba lascia a desiderare un po' dappertutto, per usare un eufemismo - e i rampicanti asfissiano angeli e busti serafici e tristi. A ogni passo si trovano tubi arrugginiti messi a sostegno delle cappelle, palazzi decorati, attempati e decrepiti: tutto assorto in un silenzio che sa di memoria, pace e abbandono. Non ci passa quasi nessuno tra questi monumenti funerari. Anche il «quadrato degli uomini illustri», l'affascinante piazzale dei busti famosi, è poco frequentato e poco curato. Le tombe di Francesco De Sanctis, Salvatore Di Giacomo e di Edoardo Nicolardi sono messe bene, al contrario di quelle del compositore Saverio Mercadante e del grande chirurgo Ferdinando Palasciano, infestate da alberi selvatici e dai rovi più vari. Prima di arrivarci, bisogna passare però attraverso una serie vicoli incolti pieni di tombe abbandonate. Le date di morte, sui marmi di questa zona, vanno parecchio indietro negli anni. Defunti il cui ricordo tra i vivi sta svanendo.

Il nuovo impianto di cremazione è ben tenuto. Accanto, però, è l'abbandono totale. Il Cimitero del Pianto alla Doganella, non lontano da lì, «vanta» un po' meno rovi di Poggioreale, e l'effetto «savana» è meno intenso rispetto a quello che si prova nella zona monumentale di Santa Maria del Pianto a Poggioreale, ma gli edifici qui hanno un aspetto devastato e oltretutto hanno da poco perso pezzi. I calcinacci svettano ancora sulle tettoie, e una folta flora è cresciuta sui terrazzi dei palazzetti più antichi. Le cappelle del principe Antonio de Curtis e quella di Nino Taranto sono ordinate e pulite, ma lo stesso non si può dire dei cassonetti dei rifiuti stracolmi di erbacce, fiori e steli già di primo mattino. Ultimo aggiornamento: 11:39 © RIPRODUZIONE RISERVATA