Napoli, turisti sotto choc nel day after di via Duomo: «Una sconfitta per tutti»

Domenica 9 Giugno 2019 di Antonio Menna

La sconcertante banalità della morte, nel primo sabato napoletano di afa, con i turisti in pantaloncini corti, la si può ammirare a 200 metri scarsi da dove Rosario Padolino ha chiuso gli occhi sotto una pioggia di pietre. Siamo sempre in via Duomo, ma sul marciapiede opposto. L'angolo è quello di via Carminiello ai Mannesi, un viottolo anonimo se non fosse che porta dritto a una piccola area dove basta alzare gli occhi al cielo. Cinque piani e poi un cornicione che a metà è già spezzato. Sembra il dente di un neonato. Chissà con che cosa rimane appeso alla sua radice. Viene contenuto pateticamente da una rete inadeguata. La sensazione è che quel blocco di pietra potrebbe davvero cadere da un momento all'altro, difatti stesso in giornata interverranno anche qui i vigili del fuoco per rimuovere il pericolo.

Subito sotto c'è una sagoma cartonata di Pino Daniele: serve a indicare una pizzeria nel vicolo, che si chiama Terra Mia. In quel punto, non fosse che per leggere il menù, si fermano a decine i turisti. Non per spaventarli ma basta provare a raccontare quello che è accaduto poco prima e quello che potrebbe succedere da un momento all'altro anche sulle loro teste, per sentire bisbigliare «oh, my god» e vederli scappare. Perché, giustamente, nel mondo delle cose normali mica è normale che si stacchi qualche chilo di pietre da un parapetto e piombi giù come un meteorite sulla testa di qualcuno.
 
«Normale non è ma adesso non è che ci fanno chiudere tutti quanti? - si preoccupa Mario Granieri, titolare della pizzeria - già tiriamo avanti a fatica. Con i crolli sequestrano tutto e abbiamo finito di fare. Con la pizzeria porto avanti la famiglia, ho due figli, e abbiamo avuto anche problemi con la criminalità. Ho denunciato il racket e adesso che fine devo fare?». Alla voce banalità, quando si parla di morte a Napoli, inserire anche questo significato: prima di morire si può male campare, e - come scrive Aldo Busi - alla morte bisogna arrivarci vivi.

«Qui è caduto un altro bel pezzo di cornicione - dice il titolare della pizzeria Il figlio del presidente, al civico 181 - è successo a gennaio, nessuno si è fatto male perché eravamo chiusi». Basta questo per aprire un dibattito sul marciapiede su destino, incidente e fatalità. «Non si muore per una caduta di pietre - dice un giovane cameriere - ma perché è arrivata l'ora. Quell'uomo poteva passare cinque minuti dopo e non stavamo qua a parlare di tragedia». Intanto, alzando gli occhi anche su quel palazzo si notano altri pezzi importanti di parapetto che sembrano malfermi e sono tenuti a fatica da un retino verde.

«Manca la manutenzione - commenta Anna De Maria, che col fratello Alessandro ha aperto 4 mesi fa una gioielleria in via Duomo - manca la cura ma noi ci crediamo. Vendiamo prodotti tipici legati a Napoli e guardiamo ai turisti. Questa strada potrebbe essere meglio di via Toledo. Abbiamo i Decumani, i musei, siamo tra via Foria e il Rettifilo. Ma questo cantiere eterno, le vibrazioni, la polvere, la sporcizia, il degrado non ci aiutano».

A guardarla oggi questa strada, il cardo maior della mappa storica di Napoli, 1200 metri che intersecano i tre Decumani, che irradiano verso il Museo Madre, i Gerolomini, il Duomo, la Fondazione San Gennaro, il Museo Filangieri, il Pio Monte della Misericordia; a guardarla adesso, questa tradizionale strada di bottegai di pregio, specializzati innanzitutto nell'alta sartoria degli abiti da sposa; la via di Libero Bovio, l'antica strada del raggio di sole, si sente solo una straziante nostalgia del tempo perduto. Il passato compare sui portoni cadenti, sui frontali anneriti, sulle insegne di marmo, sulle chiese sbarrate che spuntano dai vicoli, perfino sui tentativi più recenti di recupero di identità, come le bandiere strappate che indicano i musei e che sventolano come stracci, con un carico simbolico perfetto e triste. Non stupisce che i turisti guardino più i marciapiedi rovinati, la strada sbrecciata, il cantiere polveroso, la sporcizia di carte e cartacce ammucchiata ad ogni palazzo, che non le loro guide in inglese e francese, o - figuriamoci - le vetrine dei negozi. «Troppo abbandono e troppo degrado - dice Eduardo Di Napoli, fioraio - Noi abbiamo ancora qualche cliente grazie ai social e al giro storico. Ma nella bottega non entra nessuno. Questo cantiere doveva finire ad agosto dell'anno scorso. Sta ancora qua. Polvere, vibrazioni, rumori. Potevano almeno aprirlo su una sola carreggiata». «A me fa meraviglia chiamarlo incidente, quello del povero Rosario - dice Gennaro Esposito, che gestisce un centro Tim - Che dai palazzi potesse cadere qualcosa lo temevamo tutti». Forse la fatalità è passare in quel momento proprio di lì, un po' come trovarsi sulla traiettoria di un proiettile in piazza Nazionale. Ma possiamo abituarci alle pietre che volano dai palazzi come alle pallottole vaganti e dire che in fondo è solo una fatalità perché morire è un attimo e può capitare ovunque, anche in auto, o cadendo per le scale? Via Duomo, per andare avanti, anche oggi vorrebbe dire sì. Ma in questo primo sabato afoso di giugno proprio non ce la fa.

Ultimo aggiornamento: 18:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA