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Napule ca se ne va, la resistenza dell'orafo nel quartiere dei turisti

Lunedì 3 Gennaio 2022 di Francesca Saturnino
Napule ca se ne va, la resistenza dell'orafo nel quartiere dei turisti

Via Benedetto Croce è una distesa di espositori e bancarelle. Cuoppi, babà e calamite con la pizza spuntano da ogni dove. L'oreficeria Ferraro, cinque metri quadrati di ex voto, ori, argenti e coralli, è qui dal 1904. I passanti si fermano quasi tutti per Freddy, amabile gattone che passa la giornata sul bancone col proprietario. Eugenio Vacca, 74 anni «suonati», modi affabili e una parlata ferrigna, dice che lui, originario della zona della Cappella di Sansevero, in questa bottega ci è nato: «C'è stato mio nonno Giuseppe Muti, poi mia madre, Luisa Ferraro, fino a 90 anni e ora ci sono io».

Vacca racconta una storia di quarant'anni part time: funzionario procura, ma anche orefice: «Mio nonno, orologiaio, presto si mise a fare i gioielli. Nel 1947 rubarono tutto. Andò sul lastrico e ricominciò con gli orologi. Pian piano si è ricostruito». La bottega è stata svaligiata tre volte: ogni volta la famiglia ha avuto la costanza di ricominciare. «Avevo anche un piccolo laboratorio nel palazzo accanto. Sono esperto di coralli, oro, argento. Di diamanti ne ho trattati tanti», spiega Eugenio con un pizzico di orgoglio, mentre mostra il banchetto da lavoro che ha circa cinquant'anni di età. Gli strumenti usati: pinze, trapani elettrici, acidi per pulire l'oro. Tra le sue creazioni c'è una splendida scatola porta oggetti con lamina di argento: sopra c'è incisa la statua del Nilo. Su un'altra l'obelisco di San Domenico Maggiore. «Questi clichè, ovvero le forme per gli stampi, li ho fatti vent'anni fa». 

Quando gli si chiede la differenza tra la gioielleria di una volta e quella contemporanea, è cristallino: «Pensa a una spilla 18 carati, bella piena. Quelle odierne sono gonfiate. È la stessa differenza che passa tra la mozzarella e la panna. I gioielli oggi li fanno come se fossero panna. Sono anche poco lavorabili, come li metti sotto la fiamma se ne scendono», dice usando parole che danno l'idea perfetta di quello che racconta. E ricorda il periodo d'oro della zona degli Orefici, inutile dire perché si chiami così. L'apertura del Tarì, centro di ingrosso gioielli a Nola, ha cambiato il mercato, in qualche modo anche la topografia di Napoli, la destinazione di un quartiere.

Le vetrine del suo negozio, però, rimandano ancora a una Napoli barocca, antica, lussureggiante. «Ho trattato sempre oggetti di occasione, antichi, del Settecento, dell'Ottocento. L'oreficeria borbonica non è facile da trovare, ce n'è poca in circolazione: quella che avevo l'ho presa negli anni da altri artigiani, e alle aste». Le aste si facevano al Banco di Napoli al Monte di Pietà Monte o al Banco di Roma in via Toledo, ma Eugenio confessa di aver trovato occasioni anche nello storico mercato di via Foria. 

I suoi ricordi ci consegnano un centro storico che non esiste più, se Ermanno Rea ha narrato La dismissione della città operaia con la chiusura dell'Italsider, qualcuno dovrebbe fare lo stesso con la gentrificazione in atto, senza che tutto finisca in sociologia o nostalgia canaglia: «Piazza San Domenico era un enorme parcheggio. C'era gente solo durante la settimana, il sabato e dopo le cinque di sera non passava più anima viva». Quelle che oggi sono friggitorie e bar erano botteghe. «Di fronte a me c'era Russo, arredi sacri. Al posto di quel bar la storica libreria De Simone, poi fallita. Il tabaccaio c'è da sempre. Accanto c'era l'ufficio postale. Al posto della Ubik c'era Gambardella, antichissima ditta di carta e cartoni. Ancora Del Checcolo, arredi sacri, un calzolaio, la panetteria Spalice. Alle mie spalle c'era una cantina. Conoscevo il figlio, eravamo amici: lo chiamavamo don Vincenzo Cunetta per via del suo naso enorme».

I fratelli di Eugenio di continuare l'attività non ne hanno voluto sapere e anche i figli hanno preso strade diverse. «Bisogna essere esperti, capire chi entra. Quando vengono due persone qua già è pericoloso. Voglio cedere, sono stanco. Nessuno vuol continuare». Data la metratura, dubita che il negozio possa diventare l'ennesimo bar. «Ho ricevuto alcune proposte, uno voleva mettere un distributore di medicinali, un altro un bancomat».

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