Umberto Cervo, l'ultimo intagliatore di Napoli: «Ho 81 anni, vorrei trasmettere la mia esperienza»

Venerdì 15 Ottobre 2021 di Francesca Saturnino
Umberto Cervo, l'ultimo intagliatore di Napoli: «Ho 81 anni, vorrei trasmettere la mia esperienza»

«Queste si chiamano sgorbie cavafondi perché vanno in profondità. Poi abbiamo scalpelli, tasselli, stracantoni, pialle. Sono oggetti rarissimi, da museo. Io li uso ancora quasi tutti, il mio maestro li portò dall'America». Umberto Cervo ha gli occhi cerulei e una folta barba bianca. Parla piano. Su un banchetto che, dice, ha più di cento anni, mostra i ferri del mestiere con mani grandi e affusolate. Nato nel 1940 a piazza Cavour, dal '54 fa l'intagliatore. La sua bottega all'interno di un palazzo a via Costantinopoli sembra un dipinto di Bosch. «In questo cortile», racconta, «Ferdinando IV aveva una garconniere di mille metri, tutta affrescata, dove portava le sue amanti». Suo nonno materno, ebanista, ebbe tre figli ebanisti e uno intagliatore: «Mio zio mi aveva dato i primi insegnamenti. Nonno si era reso conto che avevo grandi capacità. Mi disse: adesso andiamo dal migliore a Napoli». Si chiamava Paolo Maiello: antiquario, scultore, pittore e intagliatore. 

Cervo ricorda artigiani gelosissimi, che non volevano assolutamente trasmettere la loro arte. «Nonno convinse Maiello a mettermi in prova. Il primo giorno in bottega c'era Fiorillo, un operaio, che stava intagliando dei fiori. Il maestro disse: Osserva. I fiori di Fiorillo addorano». Le regole della bottega erano ferree: «Scordati il pallone. Tutti i giorni devi venire qua fino alle cinque. Dalle 5 alle 8 segui i corsi all'Accademia di Belle Arti: Storia dell'arte, Disegno, Modellato. E poi il sabato mattina o i musei o la musica. Lui aveva la voce da tenore e in America aveva conosciuto Caruso. Mi trasmise l'amore per la musica».

Cervo ricorda molto bene anche la fatica di quegli anni da apprendista. «È stato un sacrificio di pazzi ma mi è servito per la vita». Quando morì il maestro, il figlio gli lasciò tenere la bottega dove ancora si reca tutti i giorni. Umberto ha lavorato come intagliatore e restauratore in tutte le chiese di Napoli. Altari lignei, statue di santi, natività, Cristo. E poi mobili. Racconta che gli antiquari, per la sua bravura, lo chiamavano «il professore» già a 30 anni.

Tra i materiali usati, tiglio e cirmolo: «Sono molto morbidi. Prima c'erano parecchie segherie in centro. Oste a piazza Cavour vendeva il legname. Ora bisogna andare in periferia». Innamorato della sua arte, narra di quando si rifiutò di evirare una statua, o di quando gli capitò di restaurare una rarissima natività lignea di Sammartino. Mentre mostra le foto di alcuni lavori, gli brillano gli occhi: «Osservate la dolcezza, la morbidezza di questo Cristo del Settecento. La policromia è una meraviglia». 

Via Costantinopoli: un tempo via degli antiquari, oggi affollata di locali notturni e bar. «Qui è stata comprata la crocifissione di Masaccio. Poi si sono spostati nella zona nobile, via Morelli e dintorni». Secondo lui, Napoli non si è mai saputa vendere. «Ho restaurato oggetti da mezza Europa. Anni fa, col boom dell'antiquariato, arrivavano tir dalla Francia, dall'Inghilterra. Scaricavano tutti da me. Venezia è nota per la laccatura ma l'intaglio è piatto, ma i nostri disegni a confronto sembrano i fianchi di una bella donna. Napoli aveva una scuola di pietre dure, altro che Firenze!».

Cervo per un periodo ha tenuto anche un corso al Suor Orsola Benincasa. Suo figlio, architetto, con l'intaglio se la cava niente male. Oggi ha diversi ragazzi e ragazze che desiderano seguirlo, imparare questo mestiere analogico che, a differenza di altri, ha ancora mercato. «Bisognerebbe mettere realmente in connessione il mondo dell'Accademia con quello dell'artigianato. Mi piace trasmettere questa cosa. Mi sento male se penso che tutta la mia esperienza potrebbe andar persa».

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