Dieci anni fa il crollo di Afragola, la sopravvissuta: «16 ore nel buio»

Domenica 2 Agosto 2020 di Marco Di Caterino
La notte tra il trentuno luglio e il primo agosto di dieci anni fa, un violento temporale si abbatté su un'Afragola che dormiva il primo sonno. E quando quella sorta di vigorosa burrasca di mezza estate si allontanò, brontolando tuoni da lontano, in Via Calvanese, Imma Mauriello, poco più che una bambina di dieci anni ma già piccola donna che si prendeva cura della nonna, nemmeno aveva sentito gli scrosci e i rimbombi tanto era impegnata a pigiare sui comandi del game boy per9 superare l'ennesimo livello. Quell'incessante bip bip aveva così infastidito la nonna, Anna Cuccurullo, che Imma era stata costretta a lasciare il lettone e a trasferirsi in una stanzetta più piccola, su una brandina. L'orologio segnava l'una e tredici. Al piano di sopra del vecchio stabile, due neo sposini Pasquale Zanfardino, 33 anni, e la moglie Enrica Tromba, 29 anni, dormivano abbracciati nel loro amore abitazione che sapeva di nuovo. Appena ristrutturato.

Due minuti dopo, l'intero palazzo viene giù come un castello di sabbia. Le macerie, inghiottite da una cavità la cui presenza si era persa nella memoria, si portano via le vite dei due sposi, trovati ore dopo ingrigiti come i calchi di Pompei, abbracciati ancora. E si portano via anche la nonna di Imma, sepolta sotto una pesante trave. Imma, invece, finisce in una sorta di limbo polveroso color tufo. Quella trave che ha ucciso la nonna le salva la vita, riparandola dalla pioggia mortale di mattoni e cemento. E la Morte, schernita dalla bambina, riesce comunque ad afferrarla per un piede, che resta incastrato sotto la trave. Resterà cosi per ben sedici ore. In un tempo sospeso, con rumori ovattati e voce lontanissime a tenere accesa la speranza. «Quella notte dovevo morire anch'io - dice Imma Mauriello, venti anni, una bella ragazza che quando sorride rimanda l'immagine di lei bambina sorridente mentre sulla barella viene portata via, liberata dalla tomba di tufo e invece il destino o chissà cos'altro mi ha risparmiato». Le chiediamo se quello che ha passato è ancora vivo: «Questi dieci anni hanno trasformato quel dolore in qualcosa di profondo, che ora fa parte di me». E come a volte accade, vengono i sensi di colpa per essere gli unici sopravvissuti. «No esclama anzi mi monta veloce tanta rabbia che poi svanisce con la stessa velocità. Soprattutto quando ricordo mia nonna. La curavo, l'accudivo, le facevo l'insulina, era una persona che si avvicinava molto al concetto di mamma. Mi manca moltissimo». Imma racconta, però, quasi con un distacco che non ti aspetti, e 16 ore più lunghe della sua vita.

«Quando è crollato il palazzo, giocavo. Tutto si è fatto buio, e il rumore sembrava quello di un mostro feroce pronto ad agguantarti. Poi il buio ancora più fitto. Credo di essere svenuta. Ho ripreso i sensi grazie al dolore al piede. Mi chiedi se ho avuto la contezza di morire. Più di una volta. E stranamente non avevo paura». In quell'incubo, poi si è acceso una luce. Anzi una voce. Quella di Francesco Di Martino, vigile del fuoco che per sedici ore ha fatto compagnia alla ragazzina. «Per me un secondo padre, ma anche una seconda madre racconta Imma mi faceva domande a raffica. Mi chiedeva quando prendevo la prima Comunione, la scuola, gli amici, i cartoni animati, e ancora di più. Mi ha chiesto cosa volevo appena mi tiravano fuori, ho risposto un gelato, e allora giù a discutere sui gusti preferiti. Quel suo parlare è stato magico, perché ho avuto la sensazione che tutto il brutto nel quale mi trovavo sparisse. Quando finalmente ho rivisto il cielo, piangeva».

Il vigile del fuoco, da un mese in pensione, non ha mai lasciato Imma, che racconta : «E' una persona eccezionale, sensibile, quasi la mia ombra. Ad ogni passo importante della mia vita è presente, sempre con i lucciconi: ho un cordone ombelicale con il mio salvatore che mai e poi mai si reciderà». Oggi Imma ha venti anni. Ha le idee molto chiare sul suo futuro : «Dopo essermi diplomata al Torrente, un istituto superiore alberghiero - e fatemi ringraziare il preside Giovanni De Rosa, che mi è stato molto vicino - ora lavoro come cassiera. E cercherò un lavoro migliore. Voglio sposare il mio Gennaro che fa il barman e avere tanti figli che educherò a costruirsi la vita con le proprie forze. Mi avevano promesso borse di studio, un'abitazione nuova. Spenti i microfoni, però, sono tutti spariti. Ma io questo lo sapevo bene».
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