Napoli, donna ferita per errore dai killer: «Poi sono tornati indietro per vedere se ero morta»

Sabato 24 Aprile 2021 di Leandro Del Gaudio
Napoli, donna ferita per errore dai killer: «Poi sono tornati indietro per vedere se ero morta»

Sono tornati indietro, a verificare cosa fosse accaduto, poi - quando hanno capito che la ragazza se la sarebbe cavata - hanno lasciato la zona. Con calma, senza dare nell'occhio, padroni del territorio. Sono tornati sul posto dell'agguato (o hanno mandato qualcuno in appoggio), giusto per verificare quanto profonde e gravi fossero le conseguenze di un raid consumato in pieno giorno, nella strada principale del proprio quartiere. Storie dell'altro mondo, quello di Napoli est, parliamo di Barra, dove appena qualche giorno fa - era il 17 aprile un quarto d'ora dopo le cinque del pomeriggio - quattro killer scatenano l'inferno e rischiano di uccidere una giovane donna. Una passante che viene colpita - fortunatamente di striscio - alla caviglia e al piede sinistro -, dopo essere finita al centro dell'ennesima faida di camorra. Un trauma indelebile nella vita di una persona normale, indicata dagli inquirenti come «estranea a dinamiche criminali», che ha rischiato di fare la stessa fine di tanti onesti cittadini colpiti a morte durante regolamenti di conti, agguati, raid dimostrativi. Pochi giorni dopo, la risposta non si è fatta attendere. Sono stati i pm Antonella Fratello e Luigi Giugliano a chiudere il cerchio attorno ai quattro presunti responsabili dell'assalto armato. Sotto inchiesta finiscono così Luigi, Vincenzo e Giovanni Aprea (rispettivamente del 1991, 1995, 1997) e Fabio Falco (classe 1990), in sella a due scooter che incrociano l'auto guidata dall'uomo indicato come target dell'agguato: si chiama Salvatore Borriello, va ritenuto parte offesa e, quando viene ascoltato dagli inquirenti non fornisce alcun particolare. Anzi. È la stessa Dda a sottolineare la macanza di collaborazione da parte di chi non ricorda alcun particolare dell'agguato subìto. Diversa è la storia della giovane donna ferita per errore. Era assieme al fidanzato, è costretta ad accasciarsi al suolo per il bruciore alla gamba, viene soccorsa in ospedale dai suoceri. Una storia a parte, quella di Fabrizia, che ha incrociato lo sguardo dei due possibili killer che, in sella allo scooter, si sono fatti largo nel capanello di persone che le avevano prestato i primi soccorsi, e hanno messo a fuoco la scena. Eccoli al centro della scena, sotto l'occhio di una telecamera di un negozio che ha ripreso e immagazzinato l'intera scena da far west. Non si parlano, ma si capiscono. Lei, Fabrizia, comprende che ha davanti due dei quattro componenti del commando; loro, invece, impiegano una manciata di secondi a capire che non è andata male. Che la ragazza che sta lì a terra non è morta ed è stata ferita di striscio, che alla fine poteva essere un pasticcio per tutti. Decisivo il lavoro investigativo dei carabinieri del comando provinciale di Napoli, agli ordini del generale Canio Giuseppe La Gala, che hanno messo a segno l'arresto dei quattro indagati. Quattro fermi, che raccontano uno spaccato di violenza urbana che va avanti da venti anni e che è riconducibile a questa dinamica criminale: quelli che avrebbero sparato sabato scorso (condizionale doveroso, in attesa di una sentenza) sono legati allo schieramento degli Aprea, De Luca Bossa, Minichini, Casella, Rinaldi, a loro volta in guerra (fredda o calda, a seconda delle stagioni) contro i Mazzarella. Due eserciti a confronto, che solo apparentemente si contendono qualche piazza di spaccio o le bancarelle in cui smerciare roba falsa. In ballo ci sono due sistemi economici, che riescono a riciclare denaro sporco in attività apparentemente pulite. Alberghi, ristorazione, grande distribuzione, vigilanza privata.

 

Ma torniamo alla storia di Barra, al sacrificio di Fabrizia, al suo punto di vista: «Mi sono trovata al centro di un agguato, di una faida - ha spiegato agli inquirenti dopo essere stata medicata all'ospedale del Mare -, ero assieme al mio fidanzato, volevo solo fare quattro passi in un sabato di primavera». Scrivono ora gli inquirenti, nel ricostruire l'agguato: «Gli indagati volevano uccidere Salvatore Borriello, anche a costo di uccidere gli altri soggetti presenti, pur di raggiungere lo scopo finale». E ancora: «Hanno agito a volto scoperto, in pieno centro del loro quartiere, per rimarcare con la loro presenza la forza del radicamento sul territorio, che si avvale anche dell'omertà imposta ai cittadini estranei alle dinamiche camorristiche». Con lo stesso senso di impunità, due dei quttro killer sono tornati sul luogo del delitto, giusto per vedere che si era fatta la ragazza che piangeva a terra, con la gamba sanguinante e gli occhi di ghiaccio per la rabbia. 

Ultimo aggiornamento: 25 Aprile, 10:31 © RIPRODUZIONE RISERVATA