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Napoli. Arbore e De Crescenzo: «Quando scoprimmo che avevamo la stessa fidanzata»

Domenica 16 Agosto 2015 di Maria Chiara Aulisio
Napoli. Arbore e De Crescenzo: «Quando scoprimmo che avevamo la stessa fidanzata»




«Maestro» lo è diritto, anzi di assunzione. E dunque rivendica la qualifica. Quando nel 1965, a 28 anni, vinse il concorso in Rai, Lorenzo Giovanni Arbore , nato a Foggia e residente a Napoli, papà dentista e mamma casalinga, venne assunto in qualità di “maestro” programmatore di musica leggera. Se fu «fatal combinazione» o colpo di fortuna, Lorenzo Giovanni, detto Renzo , ancora se lo chiede. Fatto sta che fu grazie alla benevolenza di una signorina della portineria Rai se “quello della notte” riuscì a presentare la domanda pochi minuti prima che scadesse il bando. Un vero peccato se non ce l'avesse fatta: non sarebbe arrivato primo in graduatoria - alla faccia di Boncompagni che partecipava al medesimo concorso – e forse avrebbe fatto anche un altro mestiere con notevole danno per tutti gli appassionati del genere.



Le sarebbe toccato fare il dentista come suo padre?

«No quello no».



E perché?

«Non faceva per me. E devo ringraziare proprio lui se l'ho capito quasi subito».



In che modo glielo fece capire?

«Cantando canzoni napoletane e raccontando barzellette».



Suo padre?

«Sì. Con il carattere che aveva riuscì inconsapevolmente a convincermi che fare l'artista era il miglior antidoto ai dispiaceri della vita cominciando proprio dal dolor di denti che lui stesso cercava di lenire facendo sorridere i pazienti».



Niente dentista, dunque.

«L'alternativa era l'avvocato».



L'avvocato?

«Mi laureai in giurisprudenza alla Federico II. Frequentai anche la procura un paio di mesi: non era arte mia. Preferivo il night club».



Frequentare il night club?

«Non da avventore. A me piaceva lavorare nei locali notturni: musica e sketch. Ricordo serate bellissime al Number Two di Capri ma anche al Lloyd di Napoli. Siamo rimasti in sei ad aver fatto il night».



Chi?

«Gino Paoli, Peppino di Capri, Fred Bongusto, Mina, Proietti ed io».



Bel gruppo.

«Niente male».



Roba da maestri.

«Me lo diceva sempre il mio amico Gassman...».



Che cosa?

«“Stai attento che quando ti chiamano maestro vuol dire che è cominciata la fase discendente”. Non me ne dolgo, d'altronde sono nato maestro, lo ero già nel '65 quando, giovanissimo, cominciai la mia avventura in Rai».



Maestro programmatore di musica leggera.

«Fu solo l'inizio. Quasi subito diventai maestro di altro».



E di che?

«Di improvvisazione».



Improvvisazione?

«Tutta colpa di Boncompagni. E del jazz».



Si spieghi meglio.

«Cominciammo insieme a fare la radio, Gianni ed io. Non avevamo un testo, non uno straccio di scaletta. “Ma come facciamo a fare un programma senza manco scrivere ’na stupidaggine?” gli dissi. “Improvvisiamo” mi rispose. Per pigrizia, naturalmente».



Boncompagni pigro?

«I suoi slogan erano due».



Quali?

«Massimo rendimento con il minimo sforzo e presto e male».



Ha detto anche colpa del jazz?

«Certo. Il jazz è improvvisazione, suoni liberi, guai a scrivere qualcosa. E io volevo provare a fare il jazz con le parole».



Come dire: vado a braccio.

«Più o meno. Anche se per me si trattava di un nuovo modo di recitare che, unito alla pigrizia di Gianni, diede vita all'improvvisazione».



Però è venuta bene.

«Caspita. Bandiera gialla, e poi Alto gradimento... Una trasmissione geniale e demenziale che realizzò indici di ascolto impensabili. Andammo avanti per 14 anni grazie a sketch totalmente improvvisati. Coinvolgemmo Marenco e Bracardi, due incoscienti come noi. Portai la stessa tecnica anche in tv».



Pure?

«Fu una rivoluzione che contagio un po' tutti. Marisa Laurito, Roberto Benigni, Massimo Troisi, Carlo Verdone, Enrico Montesano... di mestiere recitavano, appresso a me improvvisavano».



Un esempio di improvvisazione.

«Innanzitutto si sceglie l'argomento e si stabilisce più o meno che cosa si vuole dire. Ipotizziamo uno di quei discorsi che più retorici non si può, tipo: le cose di oggi non sono più buone come quelle di una volta».



E fin qui ci siamo.

«Mò viene il bello. Decidiamo che il ragionamento ci deve portare alla conclusione opposta: e cioè che le cose di oggi so’ meglio di una volta».



Come si fa?

«E che ne so. Improvviso?».



Improvvisi.

«Comincio io: “l'olio di un tempo era un'altra cosa”. E lei: “ma no, era troppo pesante”. E io “si vabbè ma sapevi che cosa mangiavi”. E lei “ma sai che un amico mio è morto per colpa dell'olio di una volta”. “Troppo pesante?” rispondo io. E lei: “No, veramente sull’olio è scivolato”. E giù altre stupidaggini».



Mai capitato che a furia di improvvisare vi siete ritrovati nei guai?

«Riuscivamo quasi sempre a cavarcela».



La classe non è acqua.

«Solo una volta la pagammo cara».



Quando?

«Era il 1971, una puntata di Canzonissima. Improvvisando da Firenze lo Scarpantibus, con Boncompagni e Bracardi, indugiammo un po' troppo su una scenetta con della carta igienica».



Che cosa accadde?

«Fummo radiati dalla televisione per cinque anni».



Bella punizione.

«In radio continuavamo ad avere un successo strepitoso».



E poi?

«Ci recuperò Massimo Fichera, nel 76, quando nacque la concorrenza tra le reti. Grande Fichera, un inventore di televisione che mi piace ricordare a questi che fanno la tv oggi. Rai 2 è una creatura di Massimo Fichera, Rai 3 di Angelo Guglielmi. E tutto ciò che oggi è la televisione si deve a Bernabè e ad Agnes. Gli altri sono allievi».



A proposito di allievi. Quanti ne ha avuti?

«E che ne so... Tanti».



Qualche nome.

«Tutti quelli che parteciparono a L'altra domenica, non li conosceva nessuno: Isabella Rossellini, Milly Carlucci, Andy Luotto, Mario Marenco, Silvia Annichiarico. E poi, vabbè, Giorgio Bracardi, Nino Frassica, Daniele Luttazzi, Gegé Telesforo, Nina Soldano, Pietra Montecorvino, le Sorelle Bandiera...».



Dove andò a pescarle le tre mitiche Sorelle?

«Fatti più in là... a... a... Così vicino mi fai turbar... In un locale per gay».



Li frequentava spesso?

«No, ma mi è sempre piaciuto razzolare».



Razzolare?

«Gironzolare nell'inconsueto a caccia di cose nuove. Anche i protagonisti delle mie trasmissioni li ho sempre trovati così: razzolando. Ve li ricordate Otto e Barnelli?».



I due musicisti de «L'altra domenica»?

«Proprio loro. Suonavano per strada, li ingaggiai subito per la tv. Li feci recitare anche nel film Il Papocchio».



Addirittura?

«Erano troppo forti. In una scena Barnelli, vestito da cardinale, chiama Otto, vestito da prete: “Vieni avanti, pretino”, la parodia della battuta dei fratelli De Rege. Ma che risate».



Lo chiamate pure lavoro...

«Altrimenti facevo il dentista».



Meglio «Quelli della notte».

«L’idea mi venne durante una riunione di condominio».



Dove?

«A Foggia. Ero tornato a casa perché mamma non stava bene. Trovandomi fui chiamato a partecipare alla riunione. Mentre l'amministratore parlava pensai a quanto fosse divertente quella situazione, e da lì...».



Da lì?

«Andai in Rai a proporre il programma, accettarono di buon grado, dopo le 23 non c’era nulla. Le prime puntate racimolarono poco più di 800mila spettatori, ma dalla seconda settimana in poi il contagio diventò virale: 3 milioni e 51% di share».



Un successone.

«Replicammo con “Indietro tutta”».



Stesso trionfo.

«Creammo veri e propri tormentoni tra battute e canzoni. “Si la vita è tutt'un quiz e noi giochiamo e rigiochiamo...” oppure “Or ora me l'han detto, amore vieni a letto, ancora un quarto d'ora ci rifletto...”».



E l'Orchestra italiana?

«Altra grande soddisfazione che mi ha dato la possibilità di fare davvero il talent scout. Se parliamo di maestri è con l'Orchestra che l'ho fatto di più e meglio. Siamo una meravigliosa famiglia napoletana, tutti giovani, loro, e pieni di entusiasmo, anche io».



Dove li ha trovati?

«È sempre bastato venire a Napoli, una città che i musicisti, gli artisti in genere direi, li produce a raffica».



Una passione per Napoli, la sua.

«Sono nato a Foggia ma mi sento molto partenopeo. A parte l'amore per la musica, a Napoli ci ho vissuto, i miei migliori amici sono napoletani. Ero legatissimo a Massimo Troisi, per non parlare di Luciano De Crescenzo».



Così parlò Bellavista...

«Lasciamo perdere».



Che cosa?

«Niente, una vecchia storia».



Dica.

«Una sera, molti anni fa. Incontro Luciano, mi dice “ma sai che ho sentito parlare molto bene di te dalla mia fidanzata?” “Ma veramente?” rispondo “Perché anche io ho sentito parlare bene di te dalla mia”».



Qualcosa di strano?

«Nulla. Peccato che scoprimmo di essere fidanzati con la stessa persona».
Ultimo aggiornamento: 18:46 © RIPRODUZIONE RISERVATA