Mimmo Battaglia arcivescovo di Napoli: «Lotta alla camorra, i parroci contro le mafie fino al martirio»

Martedì 4 Maggio 2021 di Federico Monga
Mimmo Battaglia arcivescovo di Napoli: «Lotta alla camorra, i parroci contro le mafie fino al martirio»

Nell'inchiesta sull'altarino in memoria del giovane boss Emanuele Sibillo da pochi giorni rimosso dal centro storico di Napoli, è raccontata un'immagine forte: i commercianti costretti a inginocchiarsi di fronte alla statua della madonna per pagare il pizzo. Don Mimmo Battaglia, nuovo vescovo di Napoli, che impressione le ha fatto?
«Sono arrivato a Napoli da pochi mesi, mentre era in corso una discussione molto importante e delicata riguardante la questione degli altarini, ne ho lettosui giornali. Ssono arrivato nella capitale del Mezzogiorno come un figlio del Sud, del Meridione, con il cuore e la mente liberi da ogni preconcetto, nella consapevolezza che per ogni altarino di camorra, in questa città ve ne sono molti altri, umani, che fanno meno rumore ma tengono accesa la speranza e la possibilità di riscatto della nostra terra. Non è la prima volta che ho a che fare con le mafie. Sono nato e vissuto in un territorio bellissimo e ferito come la Calabria, cercando di rimettere in piedi vite distrutte dalla droga, il vero business di ogni criminalità organizzata, e so bene che ogni mafia trova i suoi codici di potere e i suoi simboli di dominio del territorio. È da questi che bisogna partire, liberando la nostra terra attraverso simboli e codici opposti, iniziando a parlare sempre più attraverso i segni della giustizia, della solidarietà concreta, del camminare insieme. Solo camminando insieme, infatti, si possono sconfiggere la camorra e la corruzione. Nei miei primi giorni partenopei mi ha molto colpito la divisione che ha caratterizzato il mondo degli artisti, degli intellettuali, della società civile rispetto al fenomeno degli altarini. Ma la frammentazione della parte sana della società è il vero terreno fertile della camorra, fa il suo gioco e non conduce a nulla di buono».

I simboli della fede trasformati ormai troppo spesso in segni di violenza e possesso del territorio.
«Anche questa è una caratteristica di ogni mafia, ma come chiesa dobbiamo sforzarci di realizzare ogni giorno quanto auspicava già molti anni fa don Tonino Bello, invitando i discepoli di Cristo a passare dai segni del potere al potere dei segni. Ai segni della violenza dobbiamo opporre quelli della riconciliazione, i segni del dominio del territorio devono essere superati da quelli che esprimono la custodia vicendevole, che narrano della cura dei più fragili, dell'annuncio del Vangelo della giustizia e della libertà. Questi segni vanno posti innanzitutto per e con i più piccoli, per e con i giovani. Ed è per questo che fin dal mio arrivo ho desiderato porre all'attenzione di tutti l'emergenza educativa».

Alle radici della nostra cultura fin da prima del cristianesimo c'è stato il culto dei morti. A Napoli da qualche anno proliferano altari e murales in ricordo di giovani e meno giovani appartenenti alla camorra: più che il defunto sembrano voler celebrare un sistema criminale. La giudica un'idolatria?
«Non posso giudicare le intenzioni di chi le ha costruite ma occorre piuttosto chiederci quale messaggio veicolano. È idolatrico ogni messaggio di morte, ogni segno che calpesta l'uomo, ogni simbolo posto per marcare un dominio. E a questi simboli nessuno deve chinarsi. Ci si inginocchia solo dinanzi a Dio e a chi soffre, il resto è idolatria. E l'idolatria nasce da un io che serve solo sé stesso, che conosce solo le proprie ragioni, che non si cura dell'altro. E questa dinamica dà vita alla violenza e alla criminalità. Ma attenzione: dall'idolatria dell'io nasce anche la frammentazione sociale, l'essere battitori liberi incapaci di far rete, eroi solitari non desiderosi di lavorare insieme. Se come comunità non sapremo superare quest'idolatria non riusciremo mai ad abbattere il vitello d'oro della camorra».

Condivide la decisione del prefetto e della procura di abbatterli?
«Sono convinto che il prefetto e la Procura abbiano voluto dire chiaramente alla città che Napoli non è zona franca, non è una città in cui chiunque può celebrare la propria visione della vita e della morte senza confrontarsi con i valori della legalità e della giustizia. Ma occorre anche fare un passo avanti, andando a scovare le radici del dramma che ha generato la morte di questi ragazzi: l'incapacità del mondo adulto di diventare comunità educante, l'assenza delle istituzioni, troppo spesso distratte, la mancanza di reti educative solide, capaci sottrarre i più giovani alla strada e alla morte».

Si è molto parlato del murales in memoria del giovane Ugo Russo, ucciso da un carabiniere durante un tentativo di rapina. Su quel muro capeggia la richiesta «Verità e Giustizia». Si può fare un distinguo rispetto ad altri murales? Le sembra un mezzo giusto per chiedere chiarezza su come sono andati i fatti quella notte?
«Non conosco questa vicenda nei suoi dettagli ma è certamente una tragedia che ha causato ferite ancora sanguinanti e dolori tutt'altro che attutiti in tutti coloro che ne sono stati toccati. Per questo non posso che entrarvi in punta di piedi. Anzitutto pregando per tutte le persone coinvolte: per Ugo e per i suoi familiari, per il carabiniere e per tutti coloro che hanno visto le proprie vite sconvolte da questa tragedia. Come credenti siamo poi chiamati ad essere costruttori di pace e uomini di misericordia, stemperando ogni clima teso e abbattendo ogni muro di divisione. Nel salmo 84, è scritto che misericordia e verità s'incontreranno e che la giustizia e la pace si baceranno. Per questo la richiesta della verità senza atteggiamenti di misericordia e comprensione non conduce molto lontano. E al contempo una giustizia che non produce pace e riconciliazione è solo sterile vendetta. Riguardo ai mezzi mi sembra utile ricordare che la giustizia si chiede nei modi giusti e in democrazia si costruisce con i mezzi giusti e nelle sedi giuste. E questo vale sempre, per tutti».

Gli inchini delle statue in processione, la venerazione di santi da parte di chi ha le mani sporche di sangue. Cosa cercano secondo lei i mafiosi nel loro rapporto, mi vien da dire malato, con la fede?
«Dice bene quando parla di rapporto malato perché questi gesti spesso sono frutto di una religiosità senza Vangelo, della credenza in un dio creato a propria immagine e somiglianza che non può essere accostato neanche lontanamente a Gesù di Nazareth e al suo messaggio non violento di amore e fraternità, di pace e salvezza integrale. Per loro, come per noi e per tutti, valgono le parole del profeta Isaia: Quando stendete le mani, io allontano gli occhi da voi. Anche se moltiplicate le preghiere, io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vista. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia».

I due quadri delle sante a Marano con la dedica in ricordo del capoclan Lorenzo Nuvoletta appesi in chiesa per anni, poi da lei fatti rimuovere. E ancora le statue prelevate da una chiesa e affidate all'associazione Madonna dell'Arco gestita dalla suocera di un boss dell'Alleanza di Secondigliano. Alcuni preti voltano la faccia dall'altra parte. Anche in questo caso diamo di fronte a un rapporto distorto. Cosa prevale, la paura di denunciare? O c'è anche connivenza?
«È importante che la nostra parola di preti sia sempre chiara e inequivocabile e che la nostra testimonianza di cristiani sia fedele al Vangelo. Per questo a tutti i preti e a tutti i cristiani chiedo chiarezza di vita e coraggio anche fino al martirio. Come chiesa dobbiamo imparare ad adorare solo Dio, senza mai piegare il capo di fronte al male e di fronte ad altri idoli, suadenti ma ingannevoli. Solo così non saremo succubi dei prepotenti e dei delinquenti. E poi dobbiamo tutti affinare le nostre coscienze, per non ingoiare i cammelli, per resistere al falso mito del denaro facile, per risvegliare le coscienze dei deboli, allenandoci così ad un'etica di speranza e di coraggio. A Napoli vi sono tantissimi preti che ogni giorno si mettono a servizio delle loro comunità e dei territori difficili in cui vivono, spesso unici presidi di solidarietà e di prossimità in quartieri feriti dalla criminalità e dalla corruzione. A loro va la mia gratitudine e la mia ammirazione. Loro ci insegnano che un discepolo di Gesù non arretra di un millimetro dinanzi al bene, ripudia l'omertà e l'indifferenza, è sempre pronto a denunciare il malaffare, la cultura camorristica, e ogni forma di corruzione. Per questo la chiesa, chiamata ad annunciare il Vangelo, non può accettare doni macchiati di sangue e offerte dal sapore di morte, ma è piuttosto impegnata nella denuncia costante della corruzione e nella rinuncia chiara ad una comodità e ad una tranquillità che non si addice al messaggio di Gesù che invece ci invita ad essere cercatori di infinito e costruttori di storia».

L'anatema di Papa Woytila contro i mafiosi del maggio 1993 dopo aver incontrato i genitori del giudice Livatino ad Agrigento. Gridò, aggrappato alla croce: convertitevi. È stato percepito? I mafiosi, i camorristi, gli uomini del male sono in grado di convertirsi davvero? Si può concedere loro il perdono e quando?
«Come le dicevo prima, la giustizia che non conduce alla riconciliazione e alla pace, che non incontra la misericordia non è vera giustizia. Ma solo vendetta. La fiducia nel Vangelo e nell'uomo mi dice che ogni persona può decidersi per il bene, può riparare i propri errori, può convertire la propria vita. Uomini e ragazzi che stanno compiendo un cammino di conversione personale, di giustizia riparativa. Guai a noi se non tendessimo loro la mano, se non mostrassimo loro che è possibile ricominciare, se non gli offrissimo un'altra possibilità. Occorre dire, senza nessun intento giustificativo, che nelle storie di molti detenuti si celano anche grandi dolori e privazioni, infanzie rubate, assenze lancinanti che invocano amore. Per questo la giustizia autentica non è mai disgiunta dall'amore. Solo dall'amore nasce la vera conversione. Un po' come accadde a Zaccheo che, desideroso di vedere Gesù, se lo ritrovò a cena con lui: questo gesto di amore gli cambiò la vita e non solo riparò al male commesso ma restituì di più di quanto aveva rubato. Amato imparò ad amare».

Lei, da quando è arrivato a Napoli, ha percorso una sorta di via crucis tra le tante debolezze, le troppe povertà della città: ha incontrato migliaia di persone. Ha avvertito il rischio che se queste ferite non saranno curate dalla Stato, ci penserà ancora una volta l'Antistato della camorra?
«Stiamo vivendo un tempo inedito e delicato, in cui la fragilità personale e sociale è sotto gli occhi di tutti. Ignorare le fragilità, non lasciarsi interrogare dalle vulnerabilità e dalle ferite della gente è un rischio che la città e il paese non possono permettersi. Se insieme - istituzioni, chiesa, società civile, mondo dell'impresa e del terzo settore ci metteremo in ascolto di queste ferite, sostando all'altare delle lacrime dei più deboli, creeremo una cordata sociale capace di far fiorire il deserto. Se passeremo dall'io al noi, se recupereremo quel senso di comunità che è patrimonio ultra millenario dei napoletani, se saremo capaci di dar vita ad un vero patto educativo per le nuove generazioni non ci sarà spazio per la camorra e il malaffare. Per questo occorre rimboccarsi le maniche e lavorare. Io ci sono, la chiesa napoletana c'è. E siamo pronti a dialogare con tutti e su tutto mettendoci al servizio della comunità, iniziando dagli ultimi».

Ultimo aggiornamento: 5 Maggio, 10:04 © RIPRODUZIONE RISERVATA