Arrestato il soldato dell'Isis,
caccia ai complici napoletani

Sabato 2 Marzo 2019 di Valentino Di Giacomo
La città dove arrivano i terroristi. San Marcellino, paesino del Casertano, conta appena 15mila abitanti, eppure è qui che sembra essersi creato un polo di attrazione per gli jihadisti: Mourad Sadaoui, l'algerino arrestato ieri, è solo l'ultimo dei soggetti orbitanti nelle località dell'agro-aversano finiti all'attenzione dell'intelligence. Nel mirino dell'Antiterrorismo ci sono stati due tunisini, l'imam della moschea locale e, nel 2016, in quello stesso centro islamico di San Marcellino, fu arrestato Edine Khemiri che su Facebook si professava «seguace dell'Isis a vita» e che aveva tentato di comprare alcuni kalashnikov dal clan dei casalesi. Rapporti quelli tra jihadisti e criminalità organizzata che negli ultimi anni sembrano essere divenuti sempre più frequenti. Ma in un rapporto d'intelligence - che Il Mattino ha potuto visionare - la rete di jihadisti più folta, con frequenti passaggi sul territorio Casertano, è formata per gran parte da algerini, la stessa nazionalità del foreign fighter catturato ieri.
 
È nel Casertano che nel tempo si è creata una vasta rete logistica per gli appartenenti alle cellule del Califfato. Nel dossier, di soggetti monitorati dai Servizi, figurano circa trenta nomi di varia nazionalità. Sono quasi tutti algerini, ma dell'organizzazione fanno parte anche tre marocchini, un nigeriano e uno yemenita. Proprio questo 46enne dello Yemen, A.G.A.S. le sue iniziali, era deputato anni fa a mantenere i contatti con le varie comunità sul territorio nazionale, tra cui anche il Casertano. L'organizzazione, riuscita a svilupparsi in Veneto, Puglia e Campania, è stata individuata per il passaggio di enormi flussi di danaro, in alcuni casi proveniente dalla Qatar Charity Foundation, da anni interessata all'elargizione di finanziamenti per l'apertura di nuovi centri di culto in Italia allo scopo di espandere l'area di influenza islamica sulla Penisola. La fondazione nel mirino anche in altri Paesi europei - è sospettata di finanziare decine di associazioni sul territorio nazionale e non sempre per motivi religiosi. Ora gli inquirenti sono al lavoro per scoprire se in qualche modo è a quella rete di soggetti che il foreign fighter algerino si è rivolto per arrivare in Italia e nascondersi dopo aver combattuto in Siria per conto dell'Isis.

San Marcellino torna ciclicamente nei rapporti degli 007. Dieci anni fa l'imam della locale moschea, Hassan Hidouri, finì al centro di un'indagine per terrorismo della procura di Venezia. Nel 2011 la posizione dell'imam venne archiviata, le indagini misero però in luce una precisa strategia da parte di un'organizzazione con cui Hidouri aveva contatti. Nel Casertano alcuni predicatori radicali si occupavano generalmente dell'accoglienza e dell'indottrinamento dei neofiti, al Nord invece ci si concentrava sulla parte operativa per inviare i soggetti reclutati più adatti per le missioni di morte all'estero. Un modello organizzativo spesso dedito a sfruttare anche i contatti con la criminalità locale per l'approvvigionamento di documenti contraffatti. Proprio i documenti falsi, oltre al procacciamento di armi, sono il filo rosso da sempre seguito dagli 007 in Campania e che tante volte ha visto Napoli, Caserta e Salerno come scenario comune in molteplici inchieste per terrorismo.

L'imam di San Marcellino era uscito indenne dall'indagine veneziana del 2009. Eppure, nel 2016, gli agenti dell'Antiterrorismo arrestarono uno degli aiutanti dell'imam, Mohamed Kamel Edine Khemiri. Anche in quel caso, però, non emersero reati a carico di Hidouri. Per Khemiri, invece, si sono aperte le porte del carcere ed è stato condannato a otto anni dalla corte d'Assise di Napoli per terrorismo di matrice islamica, proselitismo e indottrinamento al jihad. Khemiri, inizialmente, venne arrestato nell'ambito di un'indagine su un'associazione che produceva documenti falsi per i clandestini. Armi e documenti che l'uomo cercava di procurarsi anche grazie ai contatti con i Casalesi. Nel processo che ha portato alla condanna del tunisino spicca la testimonianza di un collaboratore di giustizia, Salvatore Orabona, ex capozona a Trentola Ducenta del boss «Sandokan» Schiavone. Orabona, leggendo il nostro giornale, riconobbe la foto di Khemiri e si decise a parlare. Fu lo stesso tunisino a chiedere cinque kalashnikov, mentre altri due stranieri volevano dal clan una Mercedes. «Quando abbiamo finito di parlare delle auto ha testimoniato Orabona mi hanno chiesto i kalashinikov e io lì mi sono rifiutato». Un altro collaboratore di giustizia, Roberto Vargas, ex braccio destro di Nicola Schiavone, aveva invece attribuito al suo capoclan di aver imbastito un accordo con i terroristi islamici per eliminare l'allora procuratore aggiunto di Napoli ed attuale procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho. Secondo quanto spiegato dal pentito Vargas, il piano saltò poiché, dopo l'arresto di un algerino, la cellula terroristica che viveva nel Casertano vide bruciata la sua «copertura». La cattura di ieri dimostra, ancora una volta, come la Campania sia diventata per gli jihadisti un centro nevralgico dove trovare appoggi e coperture. L'attenzione resta altissima. Ultimo aggiornamento: 16:13 © RIPRODUZIONE RISERVATA