«Bambini Mai»: le storie dei ragazzi del Parco Verde di Caivano in concorso ai David di Donatello

Mercoledì 11 Dicembre 2019 di Paola Marano

«Si parlava di dispersione scolastica. A un certo punto mi hanno chiesto quanto costassero le mie scarpe da ginnastica. Io ho risposto. Ho spiegato loro che se fossero andati a scuola, e poi all’università, una volta trovato lavoro, ognuno si sarebbe potuto comprare quello che gli serviva. "E perché se in un solo pomeriggio riesco a guadagnare cinquecento euro nascondendomi la droga addosso o facendo il palo?", ha ribattuto uno».

A lanciare la provocazione è Beatrice Borromeo, la giornalista e presentatrice televisiva, moglie di Pierre Casiraghi, rampollo della famiglia reale del Principato di Monaco. Dall’altro lato ci sono loro, i bambini di Caivano, una delle piazze di spaccio più importanti d’Italia. La conversazione è un retroscena di Bambini Mai, il documentario a cura di Mia Benedetta e della stessa Borromeo. Qualcuno di quei ragazzini probabilmente conosceva Fortuna Loffredo, la piccola del Parco Verde morta dopo essere stata scaraventata giù dall’ottavo piano. Forse non lo sanno ancora, ma le loro storie sono in concorso nella categoria documentari del premio cinematografico David di Donatello, assegnato dall’ente David di Donatello dell’Accademia del cinema italiano.
 


 
«Trovavo molto interessante l’idea di mostrare un posto che è stato così tanto esposto per una singola vicenda, quella della morte di Fortuna Loffredo – spiega la Borromeo - questi circhi mediatici che a un certo punto spengono i riflettori e lasciano tutto un po’ come era. Io volevo dare voce al resto: andare in questo posto, incontrare questi bambini in un territorio con così tanti problemi di ordine diverso, dalle rete di pedofilia ai drogati che si iniettano le siringhe nel campetto dove si gioca a calcio, e raccontare queste cose attraverso gli occhi non filtrati dei ragazzini».

Il progetto è nato dall'idea di raccontare un’isola di speranza tra i palazzoni color verdino, a cui il parco deve il nome: l’esperimento di una scuola, l’istituto Viviani-Papa Giovanni di Caivano, portato avanti grazie all’impegno della ex preside, Eugenia Carfora. Una dirigente che recuperava gli alunni casa per casa per stimolarli ad andare a scuola, e che con coraggio era riuscita a fare del cortile dell’istituto, un tempo invaso da gabbie da combattimento per cani, un centro per le attività dei ragazzi. «Quando lo spazio è stato inaugurato ufficialmente alla presenza delle autorità, la gente che abita in questi palazzoni ha cominciato a srotolare lenzuola bianche dalla finestre in segno di supporto – continua Borromeo - Poi mentre stavamo filmando hanno chiuso la scuola, cacciato la preside, smembrato le classi e di conseguenza una bella storia è diventata una storia italiana».

L’istituto è stato infatti legalmente soppresso, e con lui la sicurezza il senso di protezione e di libertà di bambini, già adulti, che avevano trovato in quel presidio educativo sul territorio una seconda casa. A me sarebbe piaciuto seguire i ragazzi quando saltavano la scuola per capire dove andassero, ma loro erano terrorizzati a farsi filmare fuori dalla struttura, sarebbero stati dei traditori. Anche la preside non si è mai fatta riprendere per la strada”.
Durante le riprese la reporter portava in grembo il suo di bambino: Stefano Ercole Carlo, primogenito della coppia reale. “Sentire di bambini maltrattati e abusati è stata dura. Penso sia una cosa difficile per tutti, però mentre hai il tuo che calcia in pancia, fai fatica a non immaginare che cosa ne sarebbe stato di lui se fosse nato lì”.
 
 
 

Ultimo aggiornamento: 12 Dicembre, 15:28 © RIPRODUZIONE RISERVATA