Bar, ristoranti e negozi: così i clan
gestiscono gli affari nel centro storico

Mercoledì 24 Aprile 2019 di Giuseppe Crimaldi
Raccontano le carte di un processo celebrato anni fa che un giorno Giuseppe Misso convocò la moglie e la figlia di un potentissimo boss di Forcella. Fece condurre le due donne all’interno di un’autorimessa, si accomodò al tavolo, estrasse dalla cintola una pistola e la poggiò accanto a sé: «Ecco, adesso possiamo iniziare a parlare...». Mise subito le cose in chiaro per risolvere l’ennesima questione sorta con i nemici di Forcella, Peppe ’o nasone: e quell’arma sortì l’effetto sperato, le cose si sistemarono al meglio. Andavano più o meno così le cose di camorra negli anni ’80 e ’90: e a regolare i dissidi erano le pistole.

Se questa era la camorra dei boss negli anni di piombo e delle grosse faide, oggi - soprattutto nel centro storico di Napoli - la polverizzazione di molti gruppi, l’arresto degli storici boss e in molti casi anche il loro pentimento ha aperto una prateria alle giovani leve. La storia recente della «paranza dei bambini» ne è la tragica dimostrazione. Tuttavia i più forti apparati camorristici che oggi resistono e continuano a fare affari illeciti nel «Corpo di Napoli» possono ridursi a due soli blocchi: da un lato ci sono i Contini, i Licciardi e i Mallardo, dall’altro i Mazzarella. Due monoliti militarmente forti, economicamente potentissimi e sempre pronti allo scontro. Quello fondato da Edoardo Contini (oggi il «reggente» sarebbe suo nipote Ciro, arrestato recentemente) appare oggi il clan più temibile e operativo: non a caso sostiene ai Decumani i giovanissimi dei Sibillo pur di mettere il bastone tra le ruote agli odiati Mazzarella.

I due cartelli investono nella droga, la presenza capillare sul territorio consente loro di mettere in pratica una spietata tecnica di estorsioni «porta a porta», in tutto il centro, introitando centinaia di migliaia di euro ogni mese solo grazie al «pizzo»; e naturalmente hanno un ruolo di primissimo piano nella gestione del contrabbando, del gioco (sia legale che clandestino) e nella contraffazione. Nella zona di Spaccanapoli pochi mesi fa si è scoperto che i poveri commercianti della zona sono stati costretti a pagare contemporaneamente la tangente a due clan avversari. Gli accordi di camorra si fanno e si disfano poi con gruppi minori e bande di giovani criminali che di volta in volta - e soprattutto per mera convenienza economica - si alleano con l’uno o l’altro gruppo.

Ma se i Mazzarella restano in questo periodo impegnati a fronteggiare un paio di fronti di guerra (quello del Rione Villa a San Giovanni a Teduccio è il più attivo), i Contini si dedicano a sviluppare una invidiabile capacità imprenditoriale. Gli uomini di Edoardo ’o romano reinvestono ingentissimi capitali acquistando immobili, rilevando tramite teste di legno e intermediari di comodo bar, ristoranti, immobili e persino catene di distributori di benzina. I Contini - che si muovono su un impero che va dall’Arenaccia a Poggioreale, da Foria a Porta Capuana - guardano lontano, e hanno varcato da tempo anche i confini nazionali per spalmare il «tesoro» di famiglia: Barcellona era una delle mete preferite per trasferire e riciclare il denaro sporco. Una recente indagine della Guardia di Finanza è riuscita a ricostruire tutti i passaggi del denaro sporco, che finiva in un’anonima società che gestiva un ristorante e una caffetteria nella zona più prestigiosa della città catalana.

Di recente anche i Mazzarella hanno iniziato a investire in altre regioni e all’estero. Con la complicità di un insospettabile ingegnere dirottavano i propri soldi verso una società che aveva sede in Toscana, a Prato (un milione sequestrato). Sempre i Mazzarella avrebbero «lavato» denaro sporco acquistando a Roma palazzi, alcuni negozi, diversi garage e persino catene di tabaccherie e ricevitorie. Ultimo aggiornamento: 09:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA