Beni confiscati, centinaia di immobili rifiutati dai Comuni: il brutto record di Napoli

Mercoledì 16 Settembre 2020 di Claudio Coluzzi

Il meccanismo si è inceppato. I beni confiscati alla criminalità organizzata sono divenuti una «patata bollente» e i Comuni, destinatari finali di un lungo procedimento giudiziario, li rifiutano sempre più spesso. I dati lo dimostrano con drammatica evidenza: in provincia di Napoli, nell'ultimo anno, su 381 beni sottratti alla camorra solo 133 sono stati accettati dai Comuni che poi dovrebbero affidarli ad associazioni e cooperative che li recuperano ad un uso collettivo, ossia il 36%. In provincia di Caserta le cose vanno peggio: su 324 beni solo 110 accettati dagli enti locali con una percentuale del 24%. Il solo Comune di Napoli ha rifiutato una novantina di beni che restano quindi, come tutti gli altri, in un limbo indefinito. Non sono più nella disponibilità dei camorristi ma stanno lì a deteriorarsi, vengono vandalizzati, sono oggetto di raid intimidatori della criminalità organizzata che, anche così, tende a riaffermare il proprio potere.

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«Si c'è un calo di tensione su questo tema - ammette Enrico Tedesco, direttore generale della Fondazione Polis che per la Regione Campania si occupa delle vittime di camorra e dei beni sottratti alle mafie - ma la Campania è quella che fa di più per assistere associazioni e cooperative e dare sostegno tecnico ai Comuni. Ci sono decine e decine di beni in territori difficili che ora sono divenuti asili, sedi di cooperative sociali, laboratori, fattorie didattiche. Ma occorre uno sforzo istituzionale maggiore per portare a compimento tutti i progetti dopo le confische».

Anche perché la Campania ha molti più beni da gestire e anche per questo, in tutta la regione, sono attualmente 650 gli immobili rifiutati dai Comuni. Solo la Sicilia viene prima, con 1500 strutture in malora, di chi non si conosce ancora il destino finale. Proprio ieri il Governo, attraverso il ministro della giustizia Bonafede, ha riaffermato la volontà di sostenere il «ciclo virtuoso» della sottrazione dei beni alle mafie: «L'Italia, per quanto riguarda la confisca di beni alla criminalità organizzata, è leader nel mondo; gli altri Paesi vogliono seguire il nostro modello. C'è però sempre qualcosa da migliorare, e lo faremo con il ministro Lamorgese. Su questa tematica c'è grande attenzione del Governo».
 

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Il punto però non è la confisca, a cui pure si giunge dopo anni e anni di duro lavoro di forze dell'ordine e magistratura, ma l'ultimo anello, quello più debole. Tolte ville e aziende ai boss, bisogna restituirle produttive alla collettività. E i tempi lunghissimi giocano brutti scherzi. Così l'altra notte a San Marcellino, in provincia di Caserta, qualcuno ha dato alle fiamme l'Euromilk, l'azienda sottratta a Michele Zagaria. E sono decine gli episodi di danneggiamenti e sabotaggi in tutta la Campania. Ma perché i boss avrebbero interesse a compiere tali raid? «Gli esponenti della criminalità sanno bene - dice Gianni Allucci, direttore del consorzio Agrorinase che da 22 anni si occupa di beni sottratti al clan dei Casalesi - che quei beni non potranno mai riaverli. Ma renderli inutilizzabili serve a dimostrare che hanno ancora il potere di bloccare il percorso di legalità attivato dallo Stato».

E l'allarme viene lanciato anche nell'ultima relazione dall'Agenzia nazionale per i beni confiscati, ora diretta dal prefetto Bruno Corda: «c'è un eccessivo lasso di tempo che trascorre dal trasferimento dei beni ad una data Amministrazione alla loro reale rifunzionalizzazione per fini sociali. Tale elemento di distorsione - che finisce, tra l'altro, con il favorire fenomeni di degrado delle strutture immobiliari, se non di vera e propria rioccupazione e vandalizzazione - compromette, in maniera determinante, le stesse fondamenta del sistema di gestione e valorizzazione del patrimonio confiscato».

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