«Bimbi pusher schiavi del clan Elia: costretti a portare dosi anche di notte»

di Viviana Lanza

Si facevano aiutare dai bambini a confezionare le dosi di droga. Addirittura li impiegavano per le consegne a domicilio. Lo spaccio al Pallonetto di Santa Lucia era lavoro che le madri insegnavano ai figli, che le donne ereditavano dai mariti. Era insomma affare di famiglia. E per famiglia si intende un clan, quello degli Elia, composto da parenti e affiliati. «Non meritano attenuanti» tuona il pubblico ministero Antonio D'Alessio dopo aver ripercorso le tappe dell'inchiesta e aver ricostruito chi e come contribuiva alla filiera criminale impiantata a pochi metri dai palazzi storici della Riviera di Chiaia, a due passi dal Lungomare e dal Borgo Marinari.

Aula bunker, processo con rito abbreviato. È il giorno della requisitoria. Il pm pronuncia un duro atto d'accusa e chiede la condanna per i trentotto imputati. Tra loro ci sono quelli che l'inchiesta dell'Antimafia culminata nel gennaio scorso con una raffica di arresti e l'intervento del tribunale per i minorenni (coordinata al tempo dal pm Michele Del Prete, oggi alla Dna, e dal procuratore aggiunto Filippo Beatrice, uno dei capi della Dda di Napoli) ha indicato tra i vertici dell'organizzazione. Sono Antonio e Ciro Elia: nei loro confronti è stata proposta la condanna più severa, 16 anni di reclusione. Quattordici anni e sei mesi di carcere sono stati chiesti per un altro appartenente della famiglia, che nel clan avrebbe svolto un ruolo di partecipe: Michele Elia. Sua figlia Giulia sarebbe invece una delle donne a cui era affidata l'attività di spaccio: per lei il pm ha chiesto la condanna a 15 anni e mezzo di reclusione.

Dieci anni sono stati proposti per Adriana Blanqui, quindici anni per Bruno Pugliese. E ancora: 12 anni per Gennaro Belaf, 7 anni per Bifulco, 8 anni per Anna Mauro, 9 anni per Enzo Di Mauro, 9 anni anche per Anna Pugliese, 8 anni per Anna Valese e per Giulia Pugliese. L'elenco continua con richieste di condanna che oscillano tra i nove e i cinque anni di reclusione. Spicca il numero di donne presenti tra gli imputati. Una di esse, che è agli arresti domiciliari, ha chiesto ieri in aula il permesso di poter accompagnare a scuola i figli che hanno meno di sei anni: il giudice Colucci le ha negato l'autorizzazione.

«Lo spaccio era organizzato in modo continuativo - ha spiegato il pm D'Alessio nel corso della requisitoria - con l'uso costante e quotidiano dei minori che si recavano nei domicili per consegnare stupefacenti ai clienti». Tra il Pallonetto e via Caracciolo, in un pezzo di città che affaccia sul mare e sulla storia di Napoli, gli Elia gestivano ben quattro fiorenti piazze di spaccio, attive a qualsiasi ora. I clienti sapevano di poter bussare ogni momento alla porta dello spacciatore. Addirittura c'era chi le dosi se le faceva recapitare a domicilio. Le consegne toccavano spesso ai più giovani della famiglia, ai ragazzi. Che obbedivano silenziosi o sbuffano stanchi di dover fare su e giù anche di sera, persino qualche volta di notte. I bambini più piccoli, quelli di otto anni o giù di lì, si rendevano invece utili in casa, per «fare le palline», cioè confezionare le dosi, quasi fosse un gioco. Le microspie piazzate dai carabinieri hanno intercettato tutto, anche le loro esili voci.

L'impiego dei più piccoli era uno dei modi attraverso i quali il clan riusciva a sopperire agli arresti dei pusher, era il turnover imposto per la sopravvivenza delle attività criminali.

Quello che si celebra nell'aula bunker è uno dei primi processi per associazione camorristica che mette alla sbarra presunti capi e gregari del clan del Pallonetto di Santa Lucia. In passato i processi hanno riguardato singoli episodi. Ora invece la Procura punta a mettere un primo punto sulla storia recente degli Elia, sul loro essere «sistema», sugli affari illeciti. Spaccio di drogae non solo. Tra le accuse c'è anche un'estorsione aggravata dal metodo camorristico: è quella ai danni di un noto ristoratore del Borgo Marinari costretto a stare sotto il giogo del racket e far mangiare gratis il boss o suoi familiari.

Per le prossime otto udienze la parola passa agli avvocati del collegio difesa (tra gli altri, i penalisti Raffaele Chiummariello, Giuseppe De Gregorio, Paolo De Giorgio, Mariagrazia Padula, Anna Pedata, Marco Sepe). A febbraio la sentenza.
 
Martedì 5 Dicembre 2017, 20:08 - Ultimo aggiornamento: 05-12-2017 20:08
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