«Bonifiche mai fatte di Bagnoli»,
oggi verità giudiziaria dopo 11 anni

Domenica 4 Febbraio 2018 di Leandro Del Gaudio
«Bonifiche mai fatte di Bagnoli», oggi verità giudiziaria dopo 11 anni

Undici anni dopo l’inizio dell’inchiesta avremo una verità, anche se parziale, come tutte le sentenze di primo grado. Oggi, a partire dal primo pomeriggio, conosceremo il primo verdetto sulla più grande area inquinata d’Europa, quella che per 25 anni ha inghiottito milioni di euro, ma anche promesse e speranze di riscatto, rivendicazioni e frustrazioni di intere generazioni di napoletani. 

Conosceremo cosa ne pensano i giudici napoletani sulla denuncia di Adele Iandolo, cittadina di via Cavalleggeri d’Aosta, morta di tumore ai polmoni nonostante avesse trascorso uno stile di vita da salutista (senza conoscere la fine del processo); ma anche a proposito del Parco dello sport e di alcuni lotti residenziali sequestrati da tempo e ormai da tempo vandalizzati. Insomma, tocca ai giudici della sesta penale (presidente Sergio Aliperti, Pia Diana, Maria Rosaria Stanzione) mettere la parola fine (almeno per il primo grado di giudizio) sulla storia della presunta mancata bonifica dell’ex Italsider, sul presunto disastro ambientale consumato negli anni della riqualificazione dell’area un tempo occupata dall’acciaieria. Un’inchiesta, un processo, un pezzo di storia cittadina. Fascicolo aperto nel 2007, nel 2009 la svolta con la denuncia presentata dalla donna di via Cavalleggeri d’Aosta (il cui vedovo oggi è parte civile), indagini condotte dal pm Stefania Buda, all’epoca in forza al pool «sanità e colpe professionali». Nel 2013 il pm chiede e ottiene dal gip collegiale il sequestro dell’intera area, mentre tra il 2016 e il 2017 si registrano due possibili svolte dentro e fuori il dibattimento: siamo a settembre di due anni fa, quando i giudici convocano un consulente per una maxiperizia sulle condizioni del territorio da bonificare; mentre, più o meno in questi mesi, il governo Renzi vara una cabina di regìa per la riqualificazione che ottiene il via libera ad alcuni accessi sull’area.


Il resto è storia di un lungo braccio di ferro. Chiara la versione del pm Buda (da qualche mese passata nei ranghi della Procura generale), che si è avvalsa dei consulenti Benedetto De Vivo, Maurizio Manno e Giovanni Auriemma: la Bagnolifutura - la società di trasformazione urbana del Comune di Napoli (che è succeduta al Bagnoli spa di fine anni Novanta) - non ha bonificato l’area ex Italsider, a dispetto dei 76 milioni di euro stanziati dal governo (anche se non tutti monetizzati), di qui la decisione di deviare dalla questione puramente ambientale (di fronte all’impossibilità di dimostrare il nesso causale tra lo stato dell’ex Italsider e i tumori registrati in zona) a reati di pubblica amministrazione. Truffa ai danni dello Stato, disastro ambientale, una serie di falsi (mentre il traffico illecito dei rifiuti cade per prescrizione dinanzi al gup). Sotto inchiesta finiscono i vertici della Stu, ma anche dirigenti del Comune, della Provincia, dell’Arpac e dello stesso Ministero dell’Ambiente, in un atto d’accusa che non risparmia nessuno: dal 2006 in poi, grazie a una serie di varianti, i terreni da bonificare diventano di uso commerciale e non più residenziale, a dispetto dei milioni di euro stanziati per realizzare campi dello sport, villette a schiera, giardini, aiuole, finanche zone di verde urbano. Per la Procura, non ci sono dubbi: il cambio di valore d’uso serve a mantenere in piedi la struttura, serve ad ingrossare clientele e carriere personali. Insomma, serve a una classe dirigente che da anni controlla il potere nei posti chiave a perpetuare se stessa, a rinnovarsi, anche se a dispetto degli scarsi risultati ottenuti sul campo. 

Una convinzione che spinge gli inquirenti ad operare i primi blitz nel 2010, quando una fetta dei lavori sono a buon punto, come il parco dello sport, in parte inaugurato e promosso come fiore all’occhiello della nuova Napoli. Ed è in questo scenario che vengono vibrate richieste di condanna a tecnici e funzionari, manager e politici che hanno gestito la cabina di regìa o che hanno avuto un ruolo decisivo per far andare avanti il progetto: otto anni sono stati chiesti per Gianfranco Caligiuri, direttore tecnico di Bagnolifutura, vera e propria memoria storica della stu, già a partire dagli anni Novanta; 4 anni e sei mesi per l’ex direttore generale di Bagnolifutura Mario Hubler, subentrato nel 2007; 5 anni e sei mesi per Sabatino Santangelo, ex presidente di Bagnolifutura e vicesindaco di Napoli, al quale viene contestato dalla Procura il suo ruolo nel portare avanti progetti e varianti; sei anni per l’ex direttore generale del ministero dell’Ambiente Gianfranco Mascazzini, che avrebbe avallato cambi di destinazione in corso d’opera; cinque anni e sei mesi per Maria Palumbo, direttore generale del centro campano tecnologia e ambiente; cinque anni per Maria Teresa Celano, dirigente area ambiente della Provincia; cinque anni per Giuseppe Pulli (coordinatore del dipartimento ambiente del comune di Napoli); cinque anni e otto mesi per Alfonso De Nardo (dirigente Arpac). È stata chiesta invece l’assoluzione per Rocco Papa (vicesindaco ed ex presidente Bagnolifutura); Carlo Borgomeo (ex direttore Bagnolifutura); e per tecnici e responsabili di laboratorio Daniela Cavaliere, Gaetano Cortellessa, Federica Caligiuri, Antonio Ambretti. 

Diversa, radicalmente diversa, la posizione degli imputati. Nel corso dei tre anni di processo, hanno negato di aver tenuto in piedi una sorta di messa in scena finalizzata solo ad arricchire le proprie rendite di posizione. Difesi, tra gli altri, dai penalisti Claudio Botti, Giuseppe Fusco, Maurizio Lo Iacono, Giovanni Siniscalchi, Riccardo Polidoro, puntano a dimostrare la correttezza del lavoro svolto negli ultimi due decenni. 

Si ragiona sul cambio di destinazione, sullo slittamento di categoria da A a B, dall’uso residenziale all’uso commerciale: secondo le tesi sostenute in aula, gli imputati ritengono che il cambio di qualificazione non ha prodotto danni economici alle casse dello Stato, ma ha consentito dei risparmi. Un punto decisivo questo: il cambio di destinazione dipendeva dal nuovo piano esecutivo urbanistico del Comune, sopraggiunto quando il progetto di bonifica era già stato intrapreso da tempo: un nuovo strumento urbanistico che ha cambiato il valore di alcuni lotti di territorio, rendendo necessaria la degradazione dal primo al secondo livello, poi contestata dalla Procura. Non solo convinzioni di natura tecnica, c’è anche spazio per la logica. Spiegano le difese: come si fa a parlare di disastro ambientale se gli interventi hanno riguardato l’area inquinata più grande d’Europa? 

E non è l’unico punto su cui gli imputati hanno battuto a lungo nel corso dell’istruttoria. L’altra questione riguarda l’accusa di truffa ai danni dello Stato. In cosa consiste il vantaggio, il tornaconto personale dei singoli imputati? Mesi di intercettazione, blitz e sequestri condotti negli uffici di tutta la catena amministrativa impegnata nella bonifica, eppure - insistono i legali - non è uscito un soldo finito nelle tasche sbagliate. Insomma - chiedono gli imputati - a chi conveniva truccare le carte? Poteva mai esserci un accordo che univa laboratori e uffici locali, fino al Ministero? Secondo alcune tesi difensive, il crac di Bagnolifutura sarebbe dipeso proprio dall’impossibilità di vendere suoli e appartamenti, a causa dell’inchiesta aperta dalla Procura di Napoli. Tesi a confronto su cui oggi sapremo una prima verità a distanza di quasi trent’anni dalla fine dell’acciaieria. E a distanza di qualche anno dalla morte di una donna di via Cavalleggeri d’Aosta, stroncata da un tumore al polmone, senza avere mai fumato una sigaretta. 

Ultimo aggiornamento: 5 Febbraio, 13:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA