La gogna dei social per una 12enne filmata con il fidanzatino: tre minori sotto inchiesta

Domenica 1 Dicembre 2019 di Giuseppe Crimaldi e Leandro Del Gaudio

A leggere la denuncia, gli interrogatori, le richieste di scuse, il malessere della persona coinvolta, sembra che il sacrificio di Tiziana Cantone sia passato invano. Sembra che il dibattito sul revenge porn (una legge poi approvata) - tuttora attuale in tante scuole napoletane - sia qualcosa di sterile, di burocratico, qualcosa di lontano dalla vita reale dei più giovani. A leggere le pagine dell'ultima inchiesta su tre minori napoletani (due dei quali hanno 14 anni, uno ne ha invece 16), sembra che la panchina rossa da poco installata in piazzetta Augusteo (intitolata alla ragazza di Mugnano suicida per arginare la diffusione di scene hot che la ritraevano), sia un pezzo come un altro dell'arredo cittadino. E non un tentativo di mettere fine alla trasmissione di immagini private tramite chat e curcuiti social. Fatto sta che invece ci troviamo di fronte all'ennesimo caso di bullismo a mezzo social, che si è abbattuto sulla vita di una ragazzina (non ancora 13enne), filmata a sua insaputa in un breve momento di intimità con il suo fidanzatino, poi costretta a subire lo scherno del gruppo, a scuola e nella cerchia di contatti on line. Un dramma per una ragazzina, per il quale sono ora indagati tre suoi sedicenti amici: uno di questi - il suo fidanzatino - risponde di abusi sessuali (siccome la vittima non ha ancora compiuto 16 anni), mentre gli altri due sono accusati di diffusione di materiale pornografico.
 

 

Una vicenda accaduta qualche mese fa in una scuola napoletana, per la quale la Procura dei minori di Napoli ha proceduto a interrogare gli indagati, a sequestrare i cellulari e ad ascoltare le parti offese (la ragazzina, assieme ai genitori), grazie al lavoro investigativo condotto dai carabinieri rigorosamente sotto traccia. Una storia che il Mattino decide di raccontare a partire da una premessa: siamo in piena fascia protetta, per cui non saranno forniti particolari in grado di rendere riconoscibili i protagonisti di questa vicenda, ma c'è la convinzione della necessità di tenere in vita una comunicazione responsabile su un problema - quello dell'uso dei social - su cui non è possibile spegnere i riflettori.
 

Siamo alla fine dello scorso anno scolastico, in un istituto di scuola media napoletano, è una docente a convocare i genitori della ragazzina, sulla scorta di quanto sta avvenendo all'interno della classe. In sintesi, la docente ha avvertito il malessere di una delle sue alunne, ha notato lo sguardo basso della ragazzina, vittima suo malgrado di questa storia. Nello stesso tempo, anche i genitori della ragazzina hanno avvertito il turbamento della figlia, riuscendo ad ottenere il racconto di quanto avvenuto nel corso di un pomeriggio trascorso in casa di amici. Nulla di particolarmente scabroso, dal momento che la 12enne ha vissuto pochi minuti di effusione con quello che riteneva essere il proprio fidanzato, senza accorgersi che nei suoi confronti si stava consumando una messa in scena di pessimo gusto. Anzi. Un atto di bullismo dalle conseguenze potenzialmente micidiali. Ha spiegato la ragazzina ai carabinieri: «Mi accorgo che uno degli amici che era con noi quel pomeriggio ci stava filmando con il telefonino cellulare, mentre ero in disparte con il mio fidanzato. Me ne sono accorta, mi sono arrabbiata, ho chiesto di cancellare tutto. Fatto sta che lo ha fatto davanti a me, rimuovendo il video anche dal remoto, dal cestino, e pensavo che fosse finita lì. Mi sono arrabbiata, ho mandato a quel paese quelli che ritenevo essere i miei amici e sono andata a casa». Poi? «I miei genitori mi hanno visto turbata, ho raccontato tutto, non credendo di aver fatto qualcosa di sbagliato, se non di fidarmi delle persone che ritenevo legate a me da un rapporto di affetto». A questo punto però i genitori della 12enne si mettono in movimento, fanno di tutto per risalire ai responsabili di una sorta di trappola costruita con malizia. Si comportano in modo rigoroso e civile. Contattano i genitori dei ragazzi protagonisti della bravata, ottengono le loro scuse, ma soprattutto la promessa di rimuovere in tempo reale ogni copia del video, per avere la certezza di spazzare via ogni residuo di una brutta esperienza. Poi, per precauzione, decidono di rivolgersi comunque ai carabinieri. Ma non è finita. Il giorno dopo lo scenario non è rassicurante come si sperava, sempre seguendo la ricostruzione messa agli atti da tutti i protagonisti di questa vicenda. Ed è la ragazzina a capire che quel video l'ha preceduta in classe. Capisce che, prima di cancellarlo, l'autore del filmato l'ha girato agli amici, in un vortice di difficile definizione. Scrive il pm dei minori Raffaella Tedesco, nell'invito a comparire: «Mediante l'applicazione whatsapp, avendo ricevuto da omissis, il filmato veniva divulgato a numerosi amici e quindi diffondeva le relative immagini ad un numero imprecisato di persone». Numero imprecisato, appunto: un vortice senza fine. Vale la pena ribadire un concetto: trasmettere immagini di effusioni tra minori è un reato; un condotta grave che equivale a macchiarsi del reato di diffusione di contenuti a sfondo pornografico. Intanto, la parola passa alle parti. Difeso dal penalista Matteo De Luca, il «fidanzatino» è indagato per abusi sessuali e chiede scusa alla famiglia della ragazza dinanzi ai carabinieri; difesi dai penalisti Riccardo Cafaro e Massimo Fumo, gli altri due indagati ora sono passibili di un processo per diffusione telematica di immagini di minori a sfondo sessuale. Si attendono le conclusioni della Procura, mentre la panchina rossa di piazzetta Augusteo è lì a ricordare un incubo sempre attuale.

Ultimo aggiornamento: 2 Dicembre, 06:34 © RIPRODUZIONE RISERVATA