Camorra, si pente il braccio destro di Marco Di Lauro: «Telefonini in stile walkie-talkie, così ho protetto il boss»

Venerdì 15 Novembre 2019 di Leandro Del Gaudio

Usavano «telefoni citofono», modello walkie talkie. Una volta al mese, ad un orario concordato, si scambiavano poche parole, giusto il necessario per ribadire accordi, per confermare equilibri. È così che per quattordici anni di seguito Marco Di Lauro è riuscito a sfuggire alle maglie della legge, mantenendo il record di latitante della camorra napoletana.

È quanto sta emergendo dalle prime dichiarazioni messe a verbale dal pentito Salvatore Tamburrino, l'ex angelo custode del quarto figlio di Paolo Di Lauro, l'uomo che ha deciso di collaborare con la giustizia (come svelato ieri dal Roma), di svelare questi ed altri retroscena della grande fuga del figlio dell'ex padrino del narcotraffico (noto come Ciruzzo 'o milionario).

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Processato per l'omicidio della sua ex compagna, Norina Matuozzo, Tamburrino ha deciso di confessare, passando anche ad accusare ex componenti del clan Di Lauro, a partire da Marco, da «F4», dall'uomo arrestato lo scorso marzo in circostanze ancora tutte da chiarire.

Ricordate cosa accadde in poche ore? Norina si limitò a confermare la sua decisione di troncare la relazione con Salvatore Tamburrino, che l'ammazzò con la propria pistola. Poi una prima confessione. Ed è stato in quelle ore, in circostanze ancora poco chiare, che è caduta la rete di protezione che ha protetto per anni Marco Di Lauro, stanato in un sabato pomeriggio in un condominio borghese nella zona di Capodimonte.

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Oggi quello scenario è decisamente più chiaro, agli occhi della Dda di Napoli, alla luce delle dichiarazioni rese da Tamburrino. In sintesi, i contatti con Marco Di Lauro sono stati ridotti al minimo negli anni della grande caccia all'uomo. Gli ordini del boss arrivavano al clan, tramite comunicazioni rapide con telefonini di plastica, che venivano distrutti subito dopo le conversazioni. E non è un caso che, al momento del blitz, le forze dell'ordine hanno trovato ben quattro cellulari nella disponibilità di Marco Di Lauro. Ma che vita faceva il boss? Ore in casa, in compagnia della propria compagna e dei gatti. Una fissazione per gli attrezzi ginnici, per la fitness room attrezzata in casa, qualche uscita notturna per un gelato. Vita da boss a bassa intensità, negli anni della faida low profile.

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Ma di faida si torna a parlare questa mattina al termine di un processo per tre omicidi consumati in questi anni: per gli omicidi di Giovanni Irollo e Marco Maisto (giugno del 2016), e per l'assassinio di Antonio Matrullo (giugno del 2009) hanno confessato tre imputati: si tratta di Carmine Pagano e di Oreste Sparano, che si aggiungono a Cesare Pagano (reo confesso per un altro delitto), che danno seguito alla politica delle dissociazioni, sempre più battuta da parte degli scissionisti degli Amato-Pagano. Tre nuovi dissociati, tre soggetti pronti a confessare (senza però accusare i propri complici), con una chiara esigenza processuale: quella di limitare i danni, dribblare la possibile condanna all'ergastolo, o comunque incartare i presupposti per uno sconto in appello. Puntano ad ottenere le attenuanti generiche, a confezionare una sorta di concordato all'inizio del secondo grado di giudizio, un modo per sfuggire al «fine pena mai».

Sono una decina al momento i nomi che hanno comunicato la propria decisione di confessare. Si tratta quasi sempre di ammissioni stringate, neutre e in extremis, fondate sull'esigenza di incartare condanne che vanno tra i 20 e i 30 anni di reclusione. Oggi un nuovo capitolo con tre colpi di scena, che sanno di già visto.

Ultimo aggiornamento: 12:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA