Campania, i costi dell’esodo dei malati. Ma c’è un rimedio

di Sergio Beraldo

La diffusa tendenza a muoversi dalla propria regione di residenza per soddisfare altrove i propri bisogni sanitari, produce in Italia un notevole trasferimento di risorse a compensazione delle cure erogate. Nel 2018 le risorse così movimentate hanno superato i 4,365 miliardi di euro, condizionando in modo rilevante l’equilibrio finanziario di alcune regioni, specie quelle che, come la Campania (-302,1 milioni di euro), hanno un saldo migratorio negativo. Nel 2017, circa 53,000 campani sono stati ricoverati in regime ordinario fuori regione; oltre 18,000 sono stati ricoverati in regime diurno (day hospital). A fronte di una tendenza maggiormente accentuata nel caso della Campania, ma che interessa tutte le regioni meridionali, la Lombardia e l’Emilia Romagna hanno esibito saldi migratori fortemente positivi, pari a oltre 90,000 ricoveri (in regime ordinario o diurno) per la Lombardia e oltre 50,000 per l’Emilia Romagna.

È ragionevole ritenere che la riduzione di risorse da destinare alla sanità, subita dalle regioni a forte mobilità passiva - tra cui spicca, appunto, la Campania - aggravi in prospettiva il problema. Quando s’intensifica la migrazione dei pazienti, una parte delle risorse a disposizione per finanziare i servizi sanitari deve essere versata alle regioni che erogano le cure. Ciò condiziona negativamente la qualità dei servizi erogati, e dunque rafforza la tendenza ad emigrare; s’innesca in altri termini un circolo vizioso che accresce le differenze tra i sistemi sanitari regionali.

Una parte rilevante degli operatori del settore - ma anche del mondo politico e finanche dell’Accademia – individua le cause della mobilità sanitaria nelle sole disparità relative alle risorse disponibili: nelle regioni meridionali minori che altrove. In effetti, nel decennio 2007-2016, la spesa sanitaria corrente pubblica pro-capite si è attestata, in Campania, intorno ai 1695 euro, contro i 1819 della Lombardia e i 1925 dell’Emilia-Romagna rispettivamente. Questa disparità non è però sufficiente a fornire una spiegazione del fenomeno.

È di prossima pubblicazione un articolo accademico - coordinato da chi scrive e alla cui elaborazione hanno partecipato il collega Antonio d’Ambrosio e Gaia Strangio - che ha analizzato i dati relativi alla mobilità sanitaria interregionale nel periodo 2007-2016 al fine di individuarne le cause. Senza entrare nei dettagli tecnici, l’analisi indica che la mobilità sanitaria passiva cresce sì se si riducono le risorse a disposizione di una regione; ma anche se, a parità di risorse, si riduce la qualità dei servizi erogati (misurata con la capacità di erogare i livelli essenziali delle prestazioni, cd punteggio Lea). Interessante notare che a parità di risorse e di punteggio Lea, la mobilità in uscita cresce se le regioni sono in piano di rientro; un effetto che viene addirittura rafforzato dal commissariamento. L’assetto istituzionale conta. Questi ultimi due risultati possono essere interpretati notando che la mobilità in uscita cresce anche quando nella regione si riduce il personale infermieristico rispetto a quello medico (come tipicamente è avvenuto in Campania); non è dunque solo la scarsità di risorse che rileva (la spesa pubblica inferiore), ma l’organizzazione complessiva delle stesse; da cui può scaturire un’assistenza carente (e la scarsezza di personale infermieristico pare cogliere proprio questo aspetto) pur in presenza di prestazioni mediche adeguate e di un livello di spesa comparabile.

Una domanda che vale la pena porsi è: cosa accadrebbe qualora passasse l’autonomia differenziata? Fine della mobilità? Ognuno si cura a casa sua? In realtà le cose andrebbero diversamente, per la semplice ragione che le regioni con mobilità in entrata ottengono un vantaggio dalla migrazione sanitaria - anche connesso al sistema di remunerazione delle prestazioni - e non hanno dunque alcun interesse a bloccare i flussi. 

Un’ipotesi che si può avanzare per contenere l’onere della mobilità senza vietare ai pazienti di curarsi fuori regione, potrebbe sfruttare il differenziale di costo delle prestazioni, che le regioni con mobilità in entrata tendono a sospingere verso l’alto per accrescere i rimborsi a compensazione. 
Sulla base di un principio correntemente applicato in Europa nel caso della mobilità sanitaria transfrontaliera, il rimborso per le prestazioni sanitarie potrebbe essere pari al costo che il sistema sanitario di appartenenza avrebbe sostenuto. 

Dunque, per le sole prestazioni fornite in modo appropriato, rispettando cioè un prefissato standard di qualità, e solo per quelle, si potrebbe predisporre che la Campania pagherà alle altre regioni un rimborso pari al costo interno delle stesse; l’eventuale parte rimanente sarebbe a carico di chi decide di emigrare. 

Poiché le prestazioni per cui varrebbe la proposta sarebbero solo quelle erogate in modo adeguato, non verrebbe leso il diritto alla salute dei cittadini campani; né d’altronde verrebbe lesa la loro libertà nella scelta delle cure. Se le risorse risparmiate fossero poi utilizzate per migliorare la qualità del sistema sanitario regionale, vi sarebbe un vantaggio per tutti in tempi ragionevolmente brevi.
Giovedì 4 Aprile 2019, 07:23
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3 di 3 commenti presenti
2019-04-05 07:51:26
Il Polo chirurgico Confortini di Verona, il più grande in Italia, terzo in Europa, è stato aperto a pieno regime dopo 6 anni dalla posa della prima pietra, a costi invariati. Il 20% degli ospiti viene da fuori Regione. L'Ospedale del Mare di Napoli, dopo 15 anni e costi triplicati, è ancora un cantiere pieno di problemi, come più volte si legge anche su questo giornale. Quindi o fate come dice Maloenton, richiamate i Borboni e vi appellate all'ONU, o, cosa più difficile, iniziate a pensare e comportarvi come i Veneti, i Lombardi, gli Emiliani, i Romagnoli. La terza via è restare come siete adesso, e sappiamo tutti che sarà quello che succederà. Autonomia differenziata o no.
2019-04-04 10:03:53
Come al solito si parla di massimi sistemi difficili da capire e altrettanto difficili da risolvere. La realtà è molto più comprensibile se solo questi soloni si decidessero a scendere sul campo,verificando le efficienze e adottando provvedimenti disciplinari. Il problema sta nell'efficienza dei singoli lavoratori che se non controllati danno il peggio di loro nella maggioranza dei casi per motivi ancestrali di interpretazione a proprio piacimento delle otto ore del tempo lavorativo. Mi spiego meglio con due esempi di natura personale che provano a dimostrare come anche nell'ambito della stessa struttura ospedaliera esistano realtà di eccellenza e realtà da terzo mondo.Con questo abbiamo dato il lustro doveroso alle strutture che lavorano seguendo canoni professionali col massimo della professionalità non coinvolgendole nel giudizio negativo generale mediamente diffuso. Gli esempi possono essere tanti leggendo la cronaca quotidiana anche nelle strutture nuovissime soggette a sabotaggi evidenti ma mai legalmente perseguiti nè tantomeno censurati. Fatte salve le pochissime realtà positive per esperienza personale posso dire che in un ospedale del centro dopo dieci giorni di degenza le lenzuola erano diventate nere e sozze di sangue e alla mia educata richiesta di un cambio mi è stato risposto in maniera volgare """se non vi conviene portatevele da casa"" In un altro ricovero presso un ospedale milanese sono stato io a dire di non cambiare le lenzuola tutti i giorni perchè erano ancora pulite ma mi è stato risposto che per loro era la regola. Altro esempio pauroso in un ospedale della provincia settore urologia la mancata sostituzione delle sacche di urina durante la notte per cui al mattino si mettevano i piedi in un lago di sporcizia inimmaginabile. In un reparto di chirurgia addominale del nostro Policlinico ho visto lavare tutte le mattine e passare l'aspirapolvere a mano due volte al giorno e addirittura pulire continuamente i bagni. Come si vede è una questione di eccellenza di un singolo reparto comunque in una struttura di media /buona efficienza. Come si vede anche se di esempi positivi ce ne sono pochi, la maggioranza degli ospedali napoletani e campani sono lasciati alla mercè della buona volontà dei singoli che decidono della qualità delle strutture. Se affrontiamo il discorso della tecnologia anche in questo settore siamo indietro perchè solo in pochissimi casi esistono apparecchiature di avanguardia e poi ci si lamenta del perchè si emigra in altre regioni. Mi fermo qui perchè è inutile continuare visto che l'analisi superiore è incentrata sugli stanziamenti più o meno adeguati e non affronta il problema quotidiano dei comportamenti disonesti che si verificano dappertutto. Basta pensare alle mafie che si spartiscono le zone di influenza per approvigionamenti e imprese di pseudo pulizia con la connivenza dei piani alti per cui anche ospedali nuovissimi in pochi mesi sono stati ridotti o per sabotaggi o per lassismo di chi di dovere ,a pozzi senza fondo per ciò che riguarda le spese senza alcun miglioramento della qualità della gestione. Ma questa è storia vecchia e poi ci si lamenta che si emigra.Ma quello che più sconcerta è la non identificazione del problema vero, da parte di commissioni e sottocommissioni che si gingillano sulle medie e sulle statistiche e non sulle sanzioni da adottare senza guardare in faccia a nessuno.
2019-04-04 08:25:24
Richiamiamo i Borbone in Campania...Appelliamoci all'O.N.U. per l'autodeterminazione dei Popoli e stacchiamoci dall'Italia...Altrimenti saremo sempre lo sgabuzzino del centro.nord italia.

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