«Chiamateci tumori, siamo il male»: così la babygang ha sfidato i magistrati

Mercoledì 31 Gennaio 2018 di Leandro Del Gaudio

Dieci contro uno, tutt’altro che un’azione eroica quella consumata la sera del dodici gennaio scorso, all’esterno della metro di Chiaiano. Dieci contro uno, che hanno rischiato di uccidere un ragazzino di 15 anni, solo per affermare la «forza del proprio branco», per «mera affermazione della forza del gruppo». Eccola la ricostruzione del ferimento di Gaetano, studente di 17 anni preso a calci e pugni senza alcun motivo: non volevano portargli via i soldi o il cellulare, non c’era stata un’occhiataccia di troppo, neppure un banalissimo equivoco in grado di fare da detonatore della violenza scatenata all’esterno della metro. No, c’era solo la voglia di «fare una rissa», «di dare fastidio», di aggredire punto e basta. 
 


Una ricostruzione che ieri mattina ha fatto registrare una svolta sotto il profilo investigativo: dei dieci minori identificati, otto sono stati collocati in comunità di recupero, uno solo ha ottenuto il beneficio della permanenza in casa (grazie ad una collaborazione ritenuta decisiva, in quanto spontanea e immediata), mentre un altro ragazzino non ancora 14enne è stato semplicemente segnalato alla famiglia. Gravissime le accuse che emergono nella misura cautelare firmata dal gip Paola Brunese, al termine del lavoro investigativo condotto dal pm Emilia Galante Sorrentino: lesioni gravissime e minacce di morte. 
 
Quest’ultima accusa riguarda il tentativo di zittire i due cugini di Gaetano, riusciti a trovare rifugio in un bar, dopo aver subito qualche schiaffo iniziale. Un’aggressione «turpe e ignobile», caratterizzata dall’aggravante di aver agito «in branco», come insiste la Procura guidata da Maria de Luzenberger, a voler utilizzare tutti gli strumenti giuridici utili a fronteggiare l’emergenza delle babygang. Ma torniamo alla ricostruzione di quella serata del 12 gennaio. Decisivo il lavoro dei dirigenti Sergio Di Mauro e Giovanni Bruno Mandato (a capo dei commissariati di Chiaiano e Scampia), che hanno visionato i frame ricavati dalle telecamere di zona. C’è un prima e un dopo il pestaggio, mentre risultano fondamentali le dichiarazioni rese dalla stessa vittima. Stando al racconto fatto da Gaetano, quella sera sono stati ben due gli aggressori ad aver infierito sul suo corpo con dei calci all’addome. Ed è stato proprio un calcio ad avergli spappolato la milza, al punto tale da provocare danni irreversibili sul suo organismo. Ma cosa accadde quella sera a Chiaiano. Decisivo il racconto di G.P., l’unico ad avere la forza di presentarsi il giorno dopo il pestaggio in commissariato per raccontare quanto avvenuto, dando poi la stura ad altre confessioni ritenute posticce e strumentali. Accompagnato dalla madre, G.P. ha ammesso di aver fatto parte del branco che ha ridotto in fin di vita Gaetano. Difeso dalla penalista Anita Salzano, ha raccontato la banalità dell’aggressione, dettata da «un amico un po’ bullo», tale R.S., la cui unica esigenza era di dare fastidio e cercare rogne. Ed è sempre il regista dell’aggressione, che il giorno dopo - nei pressi della villa comunale di Chiaiano - si «atteggia a boss», si vanta di aver pestato quel ragazzo e di aver messo in fuga i due cugini, finendo con il preoccuparsi solo dopo aver appreso dai giornali on line che le condizioni di Gaetano erano gravi. Temeva di essere stato filmato dalle telecamere nella zona, era questa la sua unica preoccupazione. E dalle immagini raccolte dalla polizia, si comprende che l’aggressione è stata premeditata ed è stata notata da decine di passeggeri della metro: si nota infatti che una delle due vie di accesso alla stazione viene ostruita dal branco di dieci minori. Dai frame agli atti, è facile notare che una donna e un uomo sono costretti a usare una seconda porta, pur di guadagnare l’uscita. E la stessa deviazione a cui sono costretti Gaetano e gli altri due amici, che invece vengono circondati e picchiati. Una volta finito nel lettino di un ospedale, salvato dal rischio di emorragia interna, Gaetano ha riconosciuto i suoi aggressori: «Ho sentito urlare “prendete quello che lo dobbiamo uccidere”, inutile è stato chiedere aiuto». Ed è quest’ultimo passaggio uno degli aspetti più tristi dell’aggressione di Chiaiano, almeno alla luce del racconto di Gaetano. Dopo essere stato preso di mira, il ragazzino ha provato a salvarsi dietro una colonna, poi invocando aiuto «presso la postazione del personale dell’Anm». Nessuno - conviene ribadire - tra passeggeri e impiegati ha alzato un dito per interrompere il pestaggio. A sferrare il calcio alla pancia, è stato R.S. il bulletto che ha aizzato la gang, mentre anche un secondo aggressore - tale A.D.V. - gli avrebbe sferrato un calcio. Ora sono in comunità assieme a M.V., S.R., U.A., G.P., E.M., R.C., I.D.S., G.T. Ragazzi di famiglie non legate alla camorra, alcuni dei quali con un corso di studi avviato. Un solo caso di minore figlio di un soggetto conosciuto dalle forze dell’ordine (lo chiamano ’o ’nimale), quasi tutti strafottenti di fronte a polizia e magistrati. Lo ha fatto notare il dirigente Mandato, secondo il quale «alcuni componenti del branco hanno avuto atteggiamenti non molto rispettosi nei confronti degli inquirenti, durante gli interrogatori»: uno dei teppisti finiti oggi in comunità iniziò a sbadigliare mentre il magistrato gli faceva domande dopo l’aggressione. Anche su questo dovranno lavorare gli assistenti sociali delle comunità interessate. 

Ultimo aggiornamento: 1 Febbraio, 16:37 © RIPRODUZIONE RISERVATA