Concorso direttore Sga, i partecipanti
scrivono al ministro Fioramonti

Martedì 8 Ottobre 2019
Lorenzo Fioramonti, ministro dell'Istruzione
I partecipanti al concorso per direttore dei servizi generali e amministrativi scrivono al ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca Lorenzo Fioramonti. «Nell’approssimarsi delle prove scritte del “concorso per 2004 posti di direttore Sga” abbiamo appreso dell’“intesa” del primo ottobre scorso tra il ministero che Lei rappresenta e le organizzazioni sindacali di categoria, al fine di bandire un altro concorso “parallelo”, riservato agli “interni” in possesso di almeno tre anni di servizio. Al di là della (in-)opportunità temporale di tale convenzione, la quale fa sorgere il ragionevole sospetto che più che la legittima aspirazione al riconoscimento delle mansioni svolte di fatto da una certa categoria di lavoratori abbia pesato il mancato superamento delle preselezioni da parte di molti di questi, sono evidenti, sia pure in thesi (per non essere ancora tradotte in legge), le violazioni di taluni principi cardine del nostro ordinamento - scrivono - Anzitutto, è noto che la legge vigente, pur dando facoltà alle pubbliche amministrazioni di avviare procedure selettive per gli “interni”, prevede non soltanto un criterio elastico utile per valutare la professionalità acquisita “sul campo”, ma anche che il dipendente abbia ricevuto una valutazione positiva per almeno 3 anni e, soprattutto, che debba possedere i medesimi titoli richiesti per l’assunzione del personale “esterno”».

«La lettura “a fronte” dell’affrettata “intesa” fa emergere prima facie una distorsione ed una contraddizione - si leggw ancora nella missiva - La prima: il requisito della costante “valutazione positiva” (per almeno 3 anni) di cui alla norma diventa, nell’ “intesa”, un requisito di anzianità tout court, bastando all’aspirante “promosso” di aver svolto la funzione per almeno tre anni (nei precedenti otto), senza alcuna indagine o interesse per la valutazione che il superiore diretto abbia di lui effettuato, con buona pace della premialità e del merito. La (ben più grave) contraddizione: se è vero che restiamo (sia pur a fatica) aggrappati alla generalità ed astrattezza quali valori presidianti l’uguaglianza, allora la elisione del requisito del possesso del titolo di studio tradisce uno dei valori fondanti dello Stati di diritto. Infatti, se già la recente disposizione di legge dalla quale siamo partiti (articolo 22, comma 15, decreto legislativo numero 75/2017) porta con sé evidente caratteri di eccezionalità, se solo si osservi il limitato orizzonte temporale nel quale è destinata a operare (triennio 2018-2020), caratteri dovuti alla peculiarità della situazione governata, la quale solo giustifica una disciplina in deroga al principio per il quale l’assunzione nelle pubbliche amministrazioni avviene per “concorso” (implicito che il riferimento dei Padri Costituenti fosse a quello “esterno”), ebbene il decreto legge che preannuncia l’intesa dovrebbe allora giustificare la (evidente) violazione dell’articolo 3 della Costituzione, perché si accinge a dettare una disciplina “speciale” di quella (già di suo notevolmente) altrettanto “speciale” di cui alla predetta normativa, creando una nuova specie di “singolarità” che sfocia, ineluttabilmente, nella “personalità”. Se questa può ancora definirsi “legge”…».

Secondo i firmatari della lettera al ministro, Infine, «recessiva è anche la considerazione che emerge dell’articolo 97 della Costituzione rispetto alle ragioni della politica: l’“intesa” pare infatti dimenticare che essendo la procedura concorsuale ancora in svolgimento qualora vi sia la necessità di coprire un numero di posti maggiore rispetto a quelli banditi potrebbero dalla graduatoria attingersi i cd. “idonei”, come buona prassi della ormai quasi totalità delle procedure concorsuali, con evidente risparmio del (pubblico, quindi anche a nostro carico) costo di una nuova procedura concorsuale. Si invita, pertanto, il ministro competente a non dar séguito alla suddetta “intesa” o comunque a rivederne sensibilmente i termini, ponendo finalmente lo sguardo alle future generazioni, piuttosto che alle prossime elezioni». © RIPRODUZIONE RISERVATA