Coprifuoco a Napoli, ultima serata in pizzeria e la disperazione dei ristoratori: «Siamo finiti»

Lunedì 26 Ottobre 2020 di Paolo Barbuto

Ettore e Rossella escono dal ristorante di via Partenope con due bimbe che strattonano perché vogliono correre a vedere il mare. L'ora solare ha portato presto il buio sulla città, entrare alle 19.30 e uscire un'ora dopo sembra normale. «Da domani non potremo più farlo? - è Rossella a rispondere per la famiglia - sarà un dispiacere grande. In effetti oggi non era in programma la cena fuori, ma ci siamo detti che era l'ultima possibilità chissà per quanto tempo».

A dire la verità la grande paura del virus ha anticipato il decreto del presidente Conte, a cena nei ristoranti della città, già da qualche giorno ci sono meno persone. Ieri sera, poi, c'era quasi il deserto: una sensazione di paura e contemporaneamente di sconfitta. Sulle scale del Chiatamone un cameriere fuma rabbioso e si sfoga: «Pure se restiamo aperti così, ma che senso ha fare venti coperti in una serata del fine settimana? Io onestamente lo capisco il mio titolare che sta disperato ci guarda e dice che tra poco non potrà più pagare stipendi e fornitori. E ha ragione quando dice che ci deve pensare il Governo a dare una mano al settore. Io ve lo dico, qua ci arricettiamo (moriamo n.d.r.) tutti quanti...». 

 

Sul lungomare comunque un po' di gente c'è. Il resto della città invece fa già i conti con la paura della pandemia sicché l'ultima cena prima della chiusura alle 18 diventa un rito di tristezza.

Al Centro Storico non c'è nemmeno un passante. I pochi ragazzi stanno accalcati ai locali prima di mollare all'ora del prime time televisivo, orari impensabili per il popolo della Movida. Il senso della definitiva sconfitta, però, lo percepisci a Forcella.

Da Michele a via Sersale ci sono quattro persone, ne entreranno in seguito altre sei e la serata sarà finita qui. Musi lunghi, tentativo di spiegare che così non si va avanti, che il delivery è un pannicello caldo. Esci e scopri che sul marciapiede di fronte la pizzeria D'Angeli è desolatamente vuota, non c'è bisogno di spiare dietro i vetri per capirlo: davanti all'ingresso c'è tutto il personale, camerieri, cuochi, pizzaiolo, aspettano clienti che oggi saranno pochi e da domani non ci saranno più. Provare a entrare nel mondo disperato e complesso di quel microcosmo di ristorazione è impresa difficile, ciascuno ha la sua idea, tutti, a turno, chiedono cosa accadrà anche se sanno che una risposta non c'è. Anzi, forse quella risposta già ce l'hanno: «Ci siamo già accordati per i turni dei prossimi giorni. Di sera non verrà quasi nessuno, solo i pochi per il delivery - spiega un giovane cameriere che ha occhi spauriti - sai che significa? Che guadagneremo meno della metà... e come si va avanti?». 

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Il resto della chiacchierata con tutto il gruppo che non ha clienti da servire, è un percorso sul toboga che sale verso la preoccupazione del futuro e precipita verso la rabbia negazionista su un virus che «ormai non fa più paura a nessuno, serve solo a metterci in ginocchio». E hai voglia a cercare di spiegare che le persone in terapia intensiva aumentano ogni giorno: loro pensano che c'è una grande macchinazione per mettere in ginocchio la ristorazione. «O forse - dice il cameriere con i capelli bianchi - ci stanno solo fregando perché chiudendoci solo la sera non devono darci soldi per campare».

Il presidente della Fipe e titolare di Umberto, Massimo Di Porzio, sussurra il dolore di tutti i ristoratori di Napoli e annuncia battaglia: «Potremmo tentare la via di un ricorso amministrativo. Domattina decideremo cosa fare».

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