Coronavirus a Napoli, la forza di Gennaro: «Ho ventilato quel giovane a mano sull'ambulanza: volevo salvarlo, ho vinto»

Venerdì 27 Marzo 2020 di Francesca Mari
«Il suo cellulare squillava ininterrottamente, era sua moglie che voleva avere notizie, hanno due figli piccoli. Lui era intubato, sedato e le sue condizioni peggioravano, ma io l'ho ventilato a mano e sono riuscito a consegnarlo vivo al Covid Center di Maddaloni. Ho vinto io. Non volevo che la sua vita finisse in quell'ambulanza senza il conforto dei familiari. Ha solo quarant'anni». Gennaro Sulipano di anni ne ha 60, è di Ercolano ed è medico anestesista all'Ospedale del Mare, che non è Covid Center ma ugualmente riceve pazienti sospetti in pronto soccorso. Gennaro e i suoi colleghi, coordinati dal primario di terapia intensiva Pio Zannetti, sono angeli con la mascherina che devono impedire che chi arriva muoia per le crisi respiratorie determinate dal virus: ogni volta è una autentica corsa contro il tempo, per stabilizzare i valori della saturazione del sangue e dell'ossigenazione. Giovedì sera l'ambulanza gli ha messo tra le mani la vita di un quarantenne, in piena crisi respiratoria e con tutti i sintomi del Covid. Erano le 20 quando dalla centrale operativa del 118 hanno allertato il pronto soccorso: arriva un probabile affetto di coronavirus, già in isolamento a casa ma in peggioramento. «Dopo essermi cambiato, non senza difficoltà per la vestizione complessa (tre camici, due paia di guanti, mascherine, casco) l'ho esaminato», racconta il medico. «Lui era cosciente e preoccupato, ti aiuto, gli ho detto. È stato collaborativo, l'ho sedato e intubato. Non c'era tempo da perdere, l'ossigenazione era scarsissima. Dopo le solite diatribe sull'esito dei tamponi, che poi abbiamo ricevuto dal Cotugno che ha confermato la positività, ci siamo messi in opera per il trasferimento a Maddaloni, dove abbiamo trovato posto per il ricovero in terapia intensiva. Durante l'attesa dell'ambulanza ho continuato a ventilarlo. La preoccupazione c'era, ma guai a farsi prendere dalla paura perché la paura confonde, bisogna mantenere il sangue freddo».
 
 

Finalmente è arrivata l'autoambulanza ed è cominciata la corsa verso il Covid Center di Maddaloni. «Lì dentro ho continuato a ventilarlo a mano perché il ventilatore in dotazione non era sufficiente: a mano si aggiunge un dispositivo al tubo inserito nel cavo orale del paziente. Così, un po' alla volta, senza fermarmi, da una saturazione del 50% sono riuscito a stabilizzarlo fino al 95%. Il 40enne, con qualche problema di sovrappeso, ipertensione e diabete, ha risposto alla manovra perché giovane. Avrebbe potuto morire ma io sono felice di averlo consegnato vivo al Covid Center. Non potevo accettare di perderlo, ha tutta la vita davanti. Solo dopo averlo stabilizzato e ricoverato abbiamo chiamato i familiari, per spiegar loro come erano andate le cose».
 

Anestesisti e rianimatori sono i medici che hanno la grande responsabilità di salvare i pazienti dal blocco respiratorio che stanno portando alla morte molti positivi al Covid-19. Ma sono anche coloro che, in stretto contatto con i contagiati, al momento dell'intubazione tracheale rischiano tanto per l'espulsione di particelle attraverso la tosse. La paura c'è, anche per l'insufficienza dei dispositivi che, quasi sempre, sono contingentati. «La paura c'è, certo - conclude Sulipano - e la sento serpeggiare soprattutto tra i colleghi giovani, con i figli piccoli a casa. Ma ogni lavoro ha i rischi del mestiere. Io faccio questo da 30 anni, ho lavorato anche al Loreto Mare che è un ospedale di frontiera, eppure non ho mai visto nulla del genere. Però quando comincia la giornata mi faccio il segno della croce e cerco di mantenere la calma».  © RIPRODUZIONE RISERVATA