Coronavirus a Napoli, torna a casa la prima prof contagiata: «Il dottore con la Nutella mi ha restituito il sorriso»

Sabato 21 Marzo 2020 di Francesco Gravetti

«Non apra questa porta per nessuna ragione al mondo. Ci facciamo vedere noi». Toni gentili ma perentori, un dottore ha accolto così al Cotugno Maria Lombardo, 47 anni, «paziente 1» di Striano: la prima nel piccolo comune del Vesuviano, e una delle prime in Campania, ad essere contagiata dal coronavirus. Era la notte tra il 2 e il 3 marzo: un incubo terminato soltanto ieri mattina, quando Maria, insegnante della primaria presso l'istituto comprensivo «Don Bosco Francesco D'Assisi» di Torre del Greco è tornata a casa, nel condominio del Parco Verde di Striano che, dopo la notizia della sua infezione, era stato messo in quarantena.
 


Maria, ci racconta la notte del suo ricovero?
«Ricordo soprattutto la grande paura. Ero rimasta in attesa, nell'ospedale di Sarno, dell'esito del tampone. Poi il risultato e la corsa al Cotugno, dove sono arrivata intorno alle 2 di notte, trasportata con quella barella a forma di capsula con un'ambulanza. Sono entrata in una stanza fredda, disadorna. C'erano un bagno e un letto. Mi è stato detto che non avrei dovuto aprire la porta d'ingresso ed io ho obbedito, ma i toni dei medici sono stati sempre dolci, concilianti: non dimenticherò mai la loro disponibilità. Si facevano vedere spessissimo, non mi sono mai sentita abbandonata».

Come si è arrivati a sospettare della malattia? Come si sentiva?
«Ero stanchissima, soffrivo di astenia e avevo il fiato corto, avevo un po' di febbre. Leggevo sul telefonino cellulare i sintomi del Covid 19 e mi rendevo conto che c'erano tutti: sono state ore difficili, soprattutto i primi tempi sono stati terribili. Poi è cominciato un graduale miglioramento, che ha coinciso anche con un maggiore ottimismo, ovviamente».

Come si superano momenti del genere?
«Io l'ho fatto attraverso la preghiera, mi davo coraggio affidandomi al Signore. Ma non ero l'unica. Di notte, quando il silenzio aumentava ancora di più, si sentivano gli altri ricoverati pregare, diventava quasi un coro: era il nostro modo per andare avanti, per continuare a sperare».

Era sempre sola?
«Sì, e la solitudine si faceva sentire: io chiamavo periodicamente i miei parenti, poi mi è stato portato un libro. Ma resta il fatto che da sola non ce l'avrei mai fatta a tirarmi su. Da soli non si riesce a uscirne».

Perché lo dice, chi altro è stato importante?
«I medici. Parliamo di persone straordinarie. Il responsabile della terza divisione dell'ospedale, Vincenzo Sangiovanni ha mostrato una umanità eccezionale. Chiama tutti i malati, ogni mattina. Si accerta personalmente delle loro condizioni. E poi ci dava la Nutella».

La Nutella?
«Sì, proprio così. Deve sapere che il medicinale che mi facevano assumere, un antivirale, ha un sapore bruttissimo. È molto amaro, ha un retrogusto nauseabondo, è tremendo. Ebbene il dottor Sangiovanni ci faceva pervenire personalmente i barattoli di Nutella, per aiutarci a bilanciare il sapore con qualcosa di dolce. Tutta l'equipe medica è stata sempre attenta. Nonostante arrivassero coperti con guanti e mascherine si percepiva la dolcezza dai loro occhi. Come si fa a dimenticare gesti del genere? È impossibile. Porterò sempre queste persone nel mio cuore».

E a quelli che erano in terapia intensiva ci ha mai pensato?
«Certo, io pregavo molto anche per loro. Ce ne parlavano spesso anche gli infermieri: avevano sempre parole di conforto nei nostri confronti, ma ci spiegavano quanto fosse ancora più difficile la situazione per quelli che erano in terapia intensiva. Ora, però, le dico una cosa che potrà sembrare strana».

La dica
«Quando sono stata dimessa ho pensato che quel posto mi mancherà, l'ho detto anche a mio marito. Per molti giorni è stata la mia casa, quando sono stata meglio e riuscivo ad alzarmi ho cercato anche di abbellirla, tenevo in ordine tutto. Lì dentro mi sono sentita protetta. Ripeto: lì dentro ci sono medici e infermieri fuori dal comune. Meritano tutto il nostro affetto e un grande rispetto».

Nel giorno stesso del suo ritorno a casa, un altro insegnante dell'istituto comprensivo di Torre del Greco purtroppo si è spento. Lui non ce l'ha fatta.
«Mi dispiace moltissimo per Raffaele Bifulco, una persona seria e dolcissima. Sono molto rattristata, questa malattia è spaventosa».

Si è parlato di un ceppo unico che si è diffuso nella sua scuola: altri suoi colleghi si sono ammalati. Si è fatta un'idea su come e da dove può essere partito il contagio?
«No, assolutamente, davvero non ne ho idea».

Lei ora è a casa, si sente di lasciare un messaggio a chi si ammala, ma anche a chi in questi giorni segue le vicende con paura?
«Il mio è un messaggio di speranza. Bisogna avere tanta fiducia. Fiducia nei progressi della medicina, nei medici e negli infermieri, che stanno dando il massimo. Finché esiste una umanità del genere, noi dobbiamo sentirci autorizzati a sperare». 

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