Covid a Napoli, tutti i medici nelle corsie: anche urologi e chirurghi

Mercoledì 25 Novembre 2020 di Ettore Mautone

Covid-19 è un nemico subdolo, le polmoniti spesso si associano a quadri patologici e insidiosissimi che colpiscono vari organi in maniera severa. Assistere e stabilizzare questi pazienti non è uno scherzo. «Sono malati particolari - conferma un dirigente medico del Cardarelli - che talvolta non rispondono a nessuna terapia e anche con l'ossigeno non recuperano facilmente. Non si alimentano e siamo costretti a provvedere per via parenterale. Il quadro clinico in alcuni casi all'improvviso precipita». La ventilazione e l'assistenza con ossigeno ad alti flussi sono determinanti per superare l'infezione ma vanno praticate da personale esperto. L'anestesista rianimatore è la figura chiave ma introvabile e spetto pertanto sostituita dall'internista o da altri specialisti equipollenti. Alla Covid unit dell'Ospedale del mare i turni sono ad esempio assicurati da Endocrinologi, Gastrotenterologi, Nefrologi insieme agli specialistici di Medicina interna. Lo stesso accade al Cardarelli e così sarà al San Giovanni Bosco dove le specialità ferme dovranno collaborare per assistere i malati Covid. 

 

«Al Cardarelli per mancanza di Medici internisti e Pneumologi - avverte Luciano Vicenzo delegato aziendale della Cimo - legata alla riconversione di unità operative in reparti Covid, la direzione medica ha emanato ordini di servizio al personale di branche non affini né equipollenti: chirurghi generali, toracici, vascolari, plastici, dei trapianti ed epato-bilare, urologi, maxillo-facciali ovviamente non hanno nessuna formazione e competenza nella gestione diagnostica e terapeutica del paziente Covid a meno che lo stesso che non presenti patologia specialistica chirurgica a cui il Cardarelli avrebbe dovuto provvedere senza trasformarsi in un ospedale Covid con oltre 200 pazienti oggi ricoverati». La Cimo, sull'impiego di personale privo di competenze specifiche nei reparti Covid ha fatto partire una diffida a tutti i manager della Campania e un'informativa all'autorità giudiziaria. Più morbida la posizione della Cisl: «Regole che in tempi di guerra sono travolte dall'esigenza di assistere - dice Lino Pietropolaolo delegato sindacale aziendale - naturalmente andrebbero assicurati ai colleghi integrazioni assicurative e percorsi formativi ad hoc». Una raccomandazione, quella della formazione, che anche il ministero ad agosto scorso, ha inserito nel piano di risposta all'ondata epidemica invernale prevedendo corsi periodici e aggiornamento sul campo in terapia intensiva per il personale sanitario dirottato a rafforzare gli organici di semintensiva. 

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Il Cotugno, costretto a richiamare continuamente dalla rianimazione gli anestesisti in pronto soccorso e nei reparti, ha disposto una guardia fissa in accettazione e una squadra che fa il giro 24 ore su 24 per tutti i piani del vecchio plesso e i tre del nuovo. Anche al Policlinico Federico II Giuseppe Servillo, primario della Rianimazione, sovrintende ai 20 posti di rianimazione ma anche a una quindicina di subintensiva. «La mortalità qui si aggira intorno al 22 per cento - sottolinea - una delle più basse d'Italia. Oltre a intubare i casi più gravi eseguiamo la ventilazione non invasiva (Niv) e con i caschi ad alti flussi (Cpap) su cui lavoriamo da circa trent'anni. Come centro universitario di formazione dico che queste metodiche sono tutt'altro che semplici e se erogate in modo non corretto possono anche peggiorare lo stato dei polmoni già gravemente danneggiati dal Coronavirus. Nelle ultime settimane sono arrivati pazienti, trasferiti da altre strutture, in gravissime condizioni. L'infezione da Sars-Cov-2 è di per sé difficile da trattare e non basta somministrare ossigeno. A mio avviso tutte le equipe andrebbero formate e addestrate».

Secondo una circolare diramata dall'Unità di crisi, confortata da un parere dell'associazione rianimatori ospedalieri è addirittura vietato il comando di anestesisti in reparti a media e bassa intensità e gli internisti sono autorizzati ad effettuare la ventilazione non invasiva. «Non sono d'accordo con queste regole - conclude Servillo - analoghe soluzioni sono state adottate in regioni del Nord ma a fronte di una più diffusa cultura della terapia sub intensiva che da Roma in giù è patrimonio di pochi». Intanto al Loreto mare da ieri mattina sono arrivati 7 medici dell'esercito e altrettanti infermieri, un medico e cinque infermieri all'ospedale del Mare.

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