Covid a Napoli, è una nuova Resistenza: «Temiamo più la fame»

Domenica 18 Ottobre 2020 di Giuseppina De Rienzo

La pioggia battente, meno violenta delle quasi bufere dei giorni scorsi, è sembrata se non un regalo, almeno - a volerla leggere in positivo - perfino un (possibile) segno benaugurante. Quegli ombrelli di diverso colore e foggia, che tutta la città ha dovuto aprire quasi all'unisono per evitare di bagnarsi, permettendo così a ognuno di proseguire il proprio cammino lungo le strade, nelle piazze, per i vicoli, si è come caricata di una più ampia forza a difendersi. Il gesto, comune, condiviso, di alzare barriere per proteggersi intanto dall'acqua, sollevando in alto o di lato le braccia, ha allargato una sensazione di una nuova consapevolezza di voler lottare. Dopo l'ultimo allarmante decreto del governatore De Luca contro un virus che ancora affina i suoi attacchi distribuendo malattia e morte, e che a noi impone i più disparati mezzi di salvezza e protezione, pare invece che la città abbia risposto mostrandosi preparata (certo allenata) perfino a un'eventuale recrudescenza di un già sperimentato male di vivere.

Per strada, quasi stupiscono le reazioni di passanti, bottegai, ristoratori. «Sicuramente ci faremo il fegato fradicio», commentano. «Ma non possiamo fermarci, anche se già registriamo un calo di avventori al di sopra del 50 per cento. Non è il Covid che ci fa paura, siamo spaventati dalla prospettiva di dover chiudere baracca e burattini, e fare la fame». 

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Nel negozio dove principalmente si vende neapolitan music, il gestore giura che non smetterà di proporre le sue melodie. La signora in mascherina, dall'accento milanese, continua a spulciare tra dischi e cd, distraendosi solo per un attimo, per indicare una ragazza che passa là davanti, coperta dall'ombrello, ma non dalla mascherina. La turista vive nella città lombarda e definisce le misure adottate da De Luca, coercitive, anzi terroristiche, anche se per prima si augura che la gente segua tutti i possibili mezzi di protezione. «È questione di civiltà», aggiunge. Il panciuto treno di ombrelli avanza imperterrito, mentre il piccolo immigrato di colore, venditore di ombrellini, non smette di proporre la sua merce, nonostante tutti ne posseggano almeno uno. Aperto, ovviamente, certo a riconfermare necessità e prontezza nel difendersi. L'aria è grigia. E il cielo plumbeo, impermeabile alla luce. Eccola qua la punizione: sole, mare e mandolini rinserrati in una (necessaria?) autonegazione. All'angolo di via Mezzocannone, stradone della sapienza, resta in fermento una specie di chiosco di cartapesta tenuto da un «uomo di scienza» impegnato a distribuire immediate «lauree». Qui un salvifico contagio dell'ottimismo, e là, a un passo, l'assenza di allegria tra i giovani seduti ai bar della piazza, vigilata da uomini della polizia municipale. Al di là delle apparenze, raccontano, è lo «spavento» a scuotere giovani e anziani. 

 

Diverse le reazioni degli avventori, ben visibili dai vetri lucidi dei bar al chiuso; c'è chi si scosta a tratti la mascherina per sorseggiare cauti qualche bevanda, altri conversano senza nessuna protezione usando le dita nude per prendere tea e biscotti.

Piove. Ma davanti ai negozi che friggono all'istante tipici menu nostrani, sosta la fila degli ombrelli allargati. Anche questi, allora, baldacchini di speranze non confessate? Sembra la folla dei giorni migliori, commentati invece con una smorfia da più di un gestore di coloratissime salumerie. «Non v'illudete, non si tratta di veri turisti, è gente che arriva dalla provincia, e che, tra l'altro, non spende», per questo la loro paura non riguarda il Covid, ma tutto quanto deriverà, e già deriva, dal maledetto virus. 

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«È arrivata a fine d'o' munno!» A voce alta, tremante, un anziano con mascherina e due buste di plastica tra le dita, attraversa la strada con la sicumera del frequentatore di giornaliere autorappresentazioni. «È arrivata a fine d'o' munno!» sentenzia, facendo voltare la gente che così scompiglia e intreccia gli spazi degli ombrelli. «Ma no. Lo capite che questo è un teatro che non esiste! È finto! Tutto quello che si vede, a cominciare da noi stessi, c'era già prima. Doveva solo arrivare. Il virus ha soltanto anticipato quello che già doveva accadere».

«È arrivata a fine d'o' munno!», insiste il vecchio. «E non penso proprio che qualcuno ci aiuterà. Guardate, guardate», indicando un grande murales che a sua volta ripete una scritta dipinta in nero, riprodotta in varie dimensioni, ma votata al buio di quell'unico colore. «Vuttamme e mane».

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