Covid a Napoli, tornano le Usca: «Noi, medici sui camper facciamo solo tamponi»

Mercoledì 21 Ottobre 2020 di Ettore Mautone

Candida Silvestri, poco più di trent'anni, dottoressa delle Usca, le Unità speciali di continuità assistenziale, delegata sindacale della Fimmg per questo segmento dell'assistenza cruciale per fronteggiare l'epidemia da Covid 19.

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In questa seconda ondata si ha l'impressione che stiate lavorando a scartamento ridotto?
«A singhiozzo semmai».

In che senso?
«Ci chiamano quando ce n'è bisogno. Dopo il lockdown abbiamo cominciato ad avere compiti diversi: dallo scorso luglio abbiamo assunto funzioni un po' diverse per gli screening e nell'ambito dei rientri dai viaggi. Poi l'epidemia ha ripreso quota e siamo chiamati quando c'è necessità secondo una lista di disponibilità compilata e aggiornata di settimana in settimana».

Quante sono le Usca che lavorano oggi nel territorio napoletano?
«Mediamente sono 6 o 7 unità ma il numero può cambiare in base alle esigenze e ai tamponi prenotati».

Vi si vede poco in giro rispetto alla scorsa primavera...
«Forse perché abbiamo cambiato il tipo di mezzi per dare meno nell'occhio e rispettare la privacy. Facciamo sempre due turni, uno mattutino e uno pomeridiano di sei ore ciascuno. Prima utilizzavamo dei camper oggi dei piccoli furgoni anonimi».

Siete precari?
«Sì, in effetti il nostro è un lavoro non codificato da un impegno costante ma non ci tiriamo indietro, anche se non c'è un programma di lavoro stabile e standardizzato cerchiamo di rispondere alle necessità della migliore programmazione possibile».

Cos'è che non funziona nel vostro lavoro e che andrebbe migliorato?
«Senza dubbio l'articolazione dei livelli organizzativi».

Si spieghi meglio.
«Bisognerebbe a mio avviso migliorare i collegamenti tra i vari segmenti assistenziali. Attualmente non abbiamo un contatto diretto col medico di medicina generale che ha richiesto il tampone né abbiamo notizie sulla situazione clinica del malato. Facciamo il tampone: se è positivo la Asl lo monitora con una telefonata ma nessuno prende in carico quella persona e la sua famiglia. C'è una grande esigenza dei malati di essere curati. Dopo il tampone non li vediamo più».

Esistono le piattaforme informatiche.
«Strumenti che codificano una serie di azioni ma spesso non configurano evenienze impreviste».

Quali?
«In guardia medica mi sono capitati insegnanti non residenti che non hanno il medico. La richiesta di un sostituto richiede tempi lunghi. Non sanno a chi rivolgersi per un tampone. Le Asl li indirizzano alle guardie mediche che però non hanno accesso alla piattaforma di prenotazione. Del resto solo il medico ha la possibilità di comunicare e dialogare con i suoi assistiti».

Avrete anche compiti assistenziali?
«È una novità degli ultimi giorni tutta da organizzare. Servirebbe un sistema di coordinamento affidato alle Usca anche per informare correttamente i pazienti su quello che devono fare durante una quarantena. Tanti aspettano a casa senza istruzioni e senza sapere cosa fare. I medici di famiglia a loro volta dovrebbero dialogare con noi. Anzi una quota di Usca andrebbero direttamente dai medici di famiglia che in mancanza di mezzi di protezione non possono andare a casa dei pazienti. Anche al presidio fisso del Frullone servirebbe una postazione Usca per svolgere tali funzioni di raccordo».

Qualcosa dunque non funziona...
«La mia impressione è che tutti facciano bene il proprio segmento di attività lavorando al massimo senza tuttavia collaborare. Le Usca potrebbero proficuamente svolgere anche tale ruolo connettivo ancor più se avranno il compito di visitare e curare il paziente a casa. Siamo pronti ad assumerci queste responsabilità. I malati hanno bisogno di cure e non solo di tamponi».

Cosa manca esattamente?
«L'anello cruciale di chi ascolta il malato, ne raccoglie il racconto, osserva i sintomi, lo visita, gli dà i farmaci, dispone un prelievo o un esame radiografico».

Tali esami andrebbero effettuati in luoghi e orari programmati?
«Sarebbe utile avere un riferimento specialistico ospedaliero con cui consultarsi, ovvero percorsi facilitati e prestabiliti in un ospedale di riferimento in cui effettuare prelievi, una Tac, una radiografia così da disporre ricoveri solo se necessario».

E invece?
«C'è il prelievo, la telefonata del dipartimento e alla fine del processo se va male la telefonata al 118 che se valuta non grave una situazione non interviene. Ciò fa aumentare la paura, la rabbia, il disappunto». 

Ultimo aggiornamento: 17:52 © RIPRODUZIONE RISERVATA