Coronavirus in Campania: mini focolai negli ospedali boom di contagi in trincea

Giovedì 19 Novembre 2020 di Ettore Mautone

Il punto di vulnerabilità della rete sanitaria campana? Gli insufficienti percorsi, negli ospedali dotati di pronto soccorso, degli accessi tra pazienti infetti e non Covid. Le prime linee sono state travolte e di conseguenza ci sono stati tanti contagi tra i camici bianchi, circa il 30 per cento delle dotazioni dei Covid Hospital. A sostenerlo è Pierino Di Silverio, componente dell'esecutivo Anaao-Assomed nazionale e vice segretario regionale Campania del sindacato. A guardare i numeri e la mappa dei camici bianchi messi fuori gioco dal virus si comprendono i contorni del problema. Fatto salvo il Cotugno, dove sono stati una decina in tutto i sanitari colpiti, se ne contano molti di più un po' ovunque, soprattutto nei reparti Covid. All'ospedale del Mare sono una trentina tra medici e infermieri, una quindicina al San Giovanni Bosco, il doppio al San Paolo, una ventina anche al Cto e circa cinquanta al Cardarelli emersi spesso nell'ambito dei controlli periodici. I numeri salgono ancora andando nelle province. A Nord di Napoli ma anche a sud: a Boscotrecase il Covid center si è ben presto trasformato in un vero e proprio focolaio con 57 sanitari infettatisi e per far fronte all'emergenza sono arrivati dieci infermieri interinali e cinque medici. Al Ruggi di Salerno tra medici e infermieri risultano messi fuori gioco dall'infezione oltre 200 tra medici, infermieri, tecnici e Oss. Al San Sebastiano di Caserta scendono a 30 ma sono tutti impiegati nei turni dei posti Covid. Decine e decine si contano anche nella sanità irpina. Per non parlare del 118: a Napoli e provincia decimato con molte postazioni sospese di notte a causa della presenza del solo autista e soccorritore.

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L'UNITÀ DI CRISI
Eppure qualche soluzione ci sarebbe: secondo Di Silverio l'unità di crisi della Campania non è in grado di rispondere pienamente all'emergenza: «Ci sono solo due medici, uno è il responsabile del 118 e uno è un collega ospedaliero. Ma dove sono i colleghi che stanno in prima linea? Perché non hanno inserito anche le parti sociali? È chiaro che c'è una lacuna di competenze nelle gestione dell'organizzazione con un effetto domino sugli ospedali dove i manager, nella maggior parte dei casi, non ascoltato nessuno. È ora che il governatore De Luca apra gli occhi e ascolti chi sta in trincea, perché l'inverno è lungo e ci sarà ancora da combattere. Ci convochi e inauguri una stagione di ascolto e apertura. Poi sarà sempre lui a decidere». All'indice del sindacato alcune scelte che, soprattutto a Napoli, hanno pesato nell'aggravare una situazione resa difficile dall'intensità epidemica. Dito puntato anche sul rimpallo di responsabilità tra la Regione e il Governo. «Viene chiuso il pronto soccorso dell'ospedale San Giovanni Bosco - racconta ancora Di Silverio - per farci un Covid Hospital, dove ci sono quattro pazienti in un reparto a bassa intensità di cura che già fanno le Case di cura e se peggiorano vanno trasferiti altrove perché manca sub intensiva e rianimazione e si è perso un servizio ai cittadini. Dei 72 posti di intensiva da attivare al Covid Hospital ne sono stati messi in funzione in fretta e furia solo 16».


IL PIANO COVID
A pesare, insomma, in questa fase, la mancanza di un piano ben studiato per fronteggiare la massima emergenza epidemica mentre quello programmato nello scorso luglio, articolato in tre fasi codificate per funzioni e posti letto, ben codificato ben presto è stato travolto dal virus. Sarebbe stato meglio dedicare il solo Cardarelli e ospedale del mare a funzioni solo di assistenza multispecialistica ordinaria e convertire il resto degli ospedali a funzioni Covid? È stato già discusso in Unità di crisi ma poi scartato perché poco funzionale per le specificità delle attività di cura del Cardarelli. Quello toccato da Di Silverio è tuttavia un tasto dolente, strutturale della rete ospedaliera campana, dotata di tanti piccoli ospedali con poche discipline e posti letto cui il Piano ospedaliero, licenziato alla fine del 2018 dopo un lungo travaglio e da attuare nel prossimo biennio, ha cercato un rimedio. Anche le ristrutturazioni programmate da anni, finanziate con oltre un miliardo di euro, sono state rallentate fortemente dal clima di graticola politica perenne che si è cristallizzata tra i livelli di governo locali e nazionali e nei rapporti tesi e conflittuali tra maggioranza e opposizione. Le Case di cura? «Possono essere di aiuto ma se fanno la bassa intensità di cura possono fare anche i Covid resort e gli ospedali concentrarsi sule cure intensive. Abbiamo chiesto di implementare la medicina del territorio e dal Governo di Roma arrivano ora, dopo otto mesi, le linee guida per la rivalutazione extraospedaliera dei pazienti. Tutto assurdo».

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