Covid Campania, riunione drammatica all'unità di crisi: «Negli ospedali scene di guerra»

Lunedì 26 Ottobre 2020 di Ettore Mautone

È stata una riunione drammatica quella che si è svolta ieri mattina preso l’Unità di crisi della Regione Campania su cui è piovuto il dato plumbeo dei circa 2.600 nuovi positivi di ieri (circa 900 su 4 mila tamponi effettuati nella rete dei laboratori privati e il resto, fino a raggiungere quota 17 mila, eseguiti nella rete dei centri di analisi pubblica). Con questi numeri anche i nuovi posti resi disponibili negli ospedali vanno rapidamente a saturarsi. La media è di 30-40 ricoveri al giorno e di 7-10 terapie intensive in più ogni 24 ore. Gli ingressi in corsia rispondono tutti alla stessa diagnosi: polmonite interstiziale bilaterale. Patologia che sconta una certa letalità. Sul totale delle persone risultate positive ieri quelle che accusano sintomi sono 145, lunedì scorso erano la metà. Con questa progressione e velocità i numeri che il virus produce si traducono in una guerra bianca. L’indice di raddoppio di tutti i parametri è di circa 10 giorni. In questa situazione ogni argine è destinato a saltare: l’unica soluzione sarebbe chiudere tutto approntando un piano Marshall per il sostegno economico ovvero misure più elastiche solo per le situazioni che garantiscono totale sicurezza dal contagio.

Per sottrarsi alla furia replicativa del virus l’unica soluzione è evitare di incontrare altre persone potenzialmente asintomatiche ma infette. Sars-Cov-2 circola ormai ovunque, si annida negli oggetti, corre alla stessa velocità nonostante le mascherine. Anche la stantia litania di chi insiste sulla prevalenza degli asintomatici si sgretola davanti alla realtà. Basta andare in queste ore in tutti gli ospedali della Campania per assistere a scene di guerra. Centri Covid strapieni e le sole unità di terapie intensiva ancora ricettive e tutti i pronto soccorso degli ospedali non Covid intasati di ambulanze e malati affetti dal virus con febbre, tosse, insufficienza respiratoria, talvolta in codice rosso che restano sui mezzi di soccorso e rischiano di morire prima di trovare un posto e avere terapie adeguate. 

 

Che fare dunque? Questo l’interrogativo attorno al quale si è dipanata la riunione di ieri in Unità di crisi. Il primo nodo è quello del personale: si parla di convertire tutti i reparti ospedalieri a unità Covid ma i camici bianchi appartengono a discipline diverse da quelle che servono. Un dermatologo o un gastroenterologo, un chirurgo o un oculista possono assistere un malato Covid? La malattia è subdola, mutevole, richiede professionalità specifiche, confidenza con la Pneumologia per garantire una terapia sub intensiva in ventilazione assistita. In ballo c’è la qualità delle cure. Un nodo su cui si è discusso a lungo e che sarà risolto probabilmente adottando i protocolli dei centri Covid. Gli specialisti del Cotugno e di altri Covid center potrebbero fare da tutor. Sotto la lente anche il tema dei medici neolaureati o solo iscritti all’Ordine e sulla possibilità di farli entrare nei reparti. La linea che alla fine è passata è quella di arruolare tutto il reclutabile. Altro scoglio: al crescere dei casi sono ancora tanti, troppi, i malati a casa senza avere una guida o indicazioni sul decorso della patologia per cui si ragione su un nuovo protocollo che colleghi operativamente i medici di famiglia, il 118 e gli ospedali. Infine i tamponi: quelli rapidi, antigenici su saliva sono semplici da usare e abbastanza affidabili. Ne sono dotati tutti i pronto soccorso ma i reagenti scarseggiano. Gli approvvigionamenti avvengono solo tramite la Protezione civile che però in Campania ne fa arrivare col contagocce mentre in altre regioni del centro Nord, come il Veneto, il flusso è costante sin dallo scorso agosto. 

La pioggia di virus che cade continua ad alimentare l’ondata di piena del fiume di malati. Gente che si è ammalata o si è contagiata, magari da asintomatica, sette o dieci giorni fa. Se il virus fosse fermato ora il fiume continuerebbe a scorrere con la sua scia di pazienti in cerca di un posto in ospedale per almeno due o tre settimane prima di abbassare gli argini. L’intensità è ancora in crescita come testimoniano i numeri. Questa settimana la media è stata di 10 morti al giorno, erano solo 3,1 una settimana fa, 2 quattordici giorni prima e 0,6 quattro settimane fa. Negli ultimi sette giorni sono stati 1.828 i nuovi positivi in media al giorno: erano 1.041 una settimana fa, 599 due settimane fa e 231 un mese fa. L’indice di mortalità? In Campania resta più basso di quello nazionale ed è fissato intorno all’1,5 per cento ma con i numeri macinati in questi giorni è sicuro che fra un paio di settimane avremo più di 30 morti al giorno solo in Campania. Un profilo che potrebbe a breve assumere contorni tragici per la nostra popolazione. 
 

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