«Io, contagiato dal Covid e guarito: ecco cosa ho imparato in ospedale al Cotugno»

Lunedì 19 Ottobre 2020 di Marco Perillo

Ieri sono ritornato al lavoro, al «Mattino», nella redazione Internet dove presto servizio. Ho trentasette anni e per oltre venti giorni ho lottato contro il Covid. Sì, ho dovuto sperimentare sulla mia pelle quanto sia seria, subdola e complicata questa malattia. Sono stato ricoverato in ospedale. E ho toccato con mano le difficoltà di chi soffre e di chi ancora combatte per la vita contro questo virus, nonostante in giro vi sia chi si ostini a negare la sua gravità. Per questo motivo ho deciso di narrare la mia vicenda. Perché forse la mia testimonianza può aiutare qualcuno o almeno a far comprendere che non bisogna scherzare con il fuoco, che il momento è davvero critico e che dobbiamo tutti darci una mano per limitare il contagio. 

Sono mesi che raccontiamo ogni cosa sul coronavirus. Su questo giornale, sul nostro sito, a livello globale e locale. Proprio per questo, fin dallo scoppio della pandemia, nella scorsa primavera, ho adottato tutte le precauzioni possibili. Ho indossato sempre la mascherina, anche quando non era necessario, sono stato maniacale nell’igienizzarmi le mani, nel tenermi a distanza dagli altri, eppure mi sono contagiato. Non so nemmeno io come sia successo. Forse una piccola distrazione, magari una mano in bocca o nell’occhio messa inavvertitamente, o semplicemente in fila al supermercato. Chi può dirlo? 

Tutto è iniziato il 25 settembre. Fino al giorno prima stavo bene, avevo lavorato, ero in forze. Poi quel maledetto venerdì mi sono svegliato con un po’ di fiacchezza. Ho controllato la febbre e avevo soltanto dei decimi; 37,3. Ho deciso di non andare al lavoro, per precauzione. Perché sapevo che anche quella che sembrava una sciocchezza poteva rivelarsi un potenziale pericolo. E ho fatto bene, perché dopo un paio di giorni la febbre è salita a 38. Sudavo, deliravo, mi sentivo a pezzi. Ovviamente ho allertato subito il medico di base. S’ipotizzava potesse essere il freddo che avevo preso sul motorino, tutt’al più una forma influenzale. E invece quella febbre non scendeva. Né col paracetamolo, né dopo tre giorni di antibiotico. È in quel momento che abbiamo capito e fatto richiesta per il tampone.

Nel frattempo, in cuor mio, sapevo già di aver contratto il virus. Perché improvvisamente il gusto è sparito, non avvertivo più nessun sapore, nessun odore. E nel contempo si faceva largo una grande oppressione al petto; ora dopo ora il respiro era più corto. Ho cominciato a prendere cortisonici, ma era solo un palliativo. Finalmente dopo qualche giorno è arrivato il tampone. Un medico col suo scafandro protettivo è venuto a casa; per la prima volta ho subìto quella fastidiosa ma necessaria operazione in gola e nelle narici. Non immaginavo sarebbe stata una costante nei giorni a venire. Quando ho saputo dal medico di base dell’esito, positivo, me lo aspettavo. Eppure una vertigine d’angoscia mi ha colto ugualmente. Il medico mi ha detto che avevo urgente bisogno di una tac ai polmoni, nonché di specifiche analisi del sangue. E di un ossimetro, quell’apparecchietto che si pone sul dito e che serve a misurare l’ossigenazione.

A quel punto, riflettendoci a fondo, non ho potuto far altro che recarmi con mezzi miei, per non infettare nessuno, al pronto soccorso dell’ospedale Cotugno. Erano le 17 del 3 ottobre, avevo ancora la febbre e ho atteso tre ore prima della tac. Perché arrivavano in continuazione ambulanze con casi di gran lunga più gravi del mio. Persone più anziane che finivano direttamente in terapia intensiva. Alle 20 la tac ha evidenziato polmonite, la mia ossigenazione nel sangue non era buona e perciò mi hanno consigliato il ricovero. Sono stato fortunato, perché il nosocomio era pieno, ma si era liberato un posto in quanto una persona quel pomeriggio si era aggravata ed era stata intubata. Mi hanno fatto subito entrare in una stanza, mi hanno adagiato su un lettino, dove un’infermiera vestita come un palombaro mi ha prelevato il sangue, mi ha fatto un altro tampone e mi ha somministrato le prime dosi di antivirali. Guardandola ho capito subito che era tutto vero. Che quelle drammatiche foto dagli ospedali che per mesi avevamo pubblicato sul giornale corrispondevano all’assoluta realtà. C’è un esercito che combatte giorno e notte per salvare quanti più malati con grossi sacrifici e con grande impegno. 

 

Nella stanza di degenza mi hanno ficcato un catetere nel braccio e, seguendo un percorso obbligato che mi ha fatto pensare a un carcere di massima sicurezza, tra le luci al neon e i colori acquamarina delle pareti, sono arrivato nella mia stanza. Ricoverato con me c’era un uomo anziano, Vincenzo, già affetto da diabete e con patologie cardiache. Un miracolato, secondo i medici, perché aveva subìto una forma lieve di contagio. Se la poteva cavare, a differenza di chi mi aveva ceduto il posto, a lottare per la vita in un altro reparto. Perché questo è il punto. Il virus attacca a vari livelli e ci sono quelli che sono più fortunati e chi meno. Ringrazio Dio per essere stato tra i primi.

I primi due giorni ho dovuto respirare con l’ossigeno artificiale. Avevo ancora un grande affanno, sentivo i polmoni in difficoltà. C’era una boccetta accanto al letto e inalavo attraverso un tubo e una maschera. E pensavo a chi la mascherina protettiva per mesi, in strada, si rifiutava d’indossarla e gridava ai complotti. Ma anche ad alcuni ragazzi della mia età o ancora più giovani che vedevo andare e venire sulle sedie a rotelle nel corridoio del reparto perché dovevano essere intubati. L’ho visto con questi miei occhi. 

Ne sono seguite altre iniezioni di antivirali, dell’anticoagulante eparina – perché il virus rilascia il rischio di trombosi o di embolie – e di nuovi antibiotici. Una mattina no e una sì, all’alba, il mio labile sonno era interrotto da un infermiere che veniva a farmi il tampone. L’unico sollievo di quei giorni senza senso era uno squarcio di Vesuvio dalla finestra dalla stanza, le chiacchierate con Vincenzo, che rispondeva bene alle cure, ma soprattutto la notizia di non aver contagiato nessuno, né al lavoro, né in famiglia, né tra i pochi amici che avevo visto e che avevo avvertito prima della prevista telefonata dell’Asl per rintracciare tutti i contatti stretti. I medici sono stati irreprensibili. Ogni mattina entravano bardati nella stanza e facevano il punto della situazione. Gli infermieri encomiabili, sempre pronti a intervenire in caso di necessità. In particolare una ragazza, di cui potevo vedere soltanto i bellissimi occhi verdi oltre il mascherone che indossava. Leggevo sul camice che si chiama Angelica. Un nome che mi ha inferto speranza. 

Sono rimasto per dieci giorni in quell’ospedale. La febbre era sparita dopo già il terzo e, sebbene molto debilitato, sentivo che le cure stavano facendo effetto. Quando mi hanno comunicato che ero guarito, che il tampone era finalmente risultato negativo, che il Covid si era arreso e che potevo tornare alla mia vita di sempre mi sono sentito come se mi avessero fatto nascere per una seconda volta. Nel momento in cui sono uscito dall’ospedale, osservando la grande scultura di un rosso San Gennaro forgiata da Lello Esposito, tutto mi è apparso più grande, più importante. Anche il semplice fatto di riprende a respirare autonomamente, senza fatica, di poter tornare a casa, di rivedere – seppur con qualche giorno di cautela – i miei, di tornare a lavorare. Tutto sembrava un miracolo, una seconda chance. E lo sapeva anche Vincenzo, risultato negativo ed uscito insieme con me. Non dimenticherò mai le sue lacrime agli occhi, la nostra comune esultanza senza poterci stringere.

In questi giorni ho riflettuto su quante assurdità si dicono in giro, su quante polemiche e attacchi inutili proliferino, a discapito della tanta sofferenza reale. Io sono uscito da quel luogo di dolore con le mie gambe, ma sapevo che in quegli stessi giorni c’era chi non ce l’aveva fatta. La verità è che stiamo combattendo una guerra, il nemico invisibile c’è tuttora e mai come adesso dobbiamo fare di tutto per tutelarci. Non lo si deve capire solo dopo un’esperienza come la mia. Dobbiamo avere tutti cura delle nostre vite.

Ultimo aggiornamento: 24 Ottobre, 19:40 © RIPRODUZIONE RISERVATA