Coronavirus in Campania, l'inchiesta sulle case di cura congela i pagamenti

Venerdì 3 Luglio 2020 di Ettore Mautone

È da giorni sotto la lente della Corte dei conti l'accordo, stipulato a fine marzo, tra la Regione Campania e l'Aiop, associazione nazionale che rappresenta le Case di cura private accreditate, finalizzata all'utilizzo del personale e dei posti letto accreditati per prestare assistenza ai pazienti Covid durante l'emergenza. Dopo le visite negli uffici economato di tutte le Asl, dei nuclei di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza, su mandato della Procura campana della Corte dei conti, sono al vaglio degli inquirenti atti e mandati di pagamento prodotti finora delle aziende sanitarie a valere su quell'accordo considerato non conforme alle leggi. Contestato in particolare l'articolo 7 dell'intesa che prevedeva, per i mesi di sospensione delle attività ordinarie, una remunerazione col 95% del rateo mensile relativo alle attività ordinarie anche se non erogate «a prescindere dal valore della produzione» con l'aggiunta del riconoscimento di rimborsi da 700 a 1200 euro per ogni paziente assistito in terapia sub intensiva e in terapia intensiva.

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L'indagine è stata avviata in Campania in base a un esposto del M5S. «L'accordo in questione - si difendono fonti regionali - è stato stipulato il 28 marzo, alla vigilia del picco epidemico raggiunto in Campania tra il 2 e il 4 aprile. Un'intesa simile a quella stipulata in molte altre regioni italiane, comprese quelle del Sud che avevano molti meno casi della Campania come in Sicilia e Puglia oltre che in tutto il Nord. Delibere, accordi, decreti: eravamo in una fase in cui si scoprivano decine di nuovi infetti e decessi anche nelle Rsa e cercavamo una soluzione per evitare il dramma della Lombardia. Temevamo - concludono le fonti - di non essere in grado di reggere». «Erano giorni in cui c'era un'emergenza assoluta - aggiunge Antonio Postiglione, direttore del dipartimento salute di Palazzo Santa Lucia - e nessuno sapeva come sarebbe andata a finire, i posti letto delle Case di cura rappresentavano un serbatoio prezioso che sarebbe stato imperdonabile non utilizzare se fosse finita diversamente. Dalla cassa integrazione nessuno sarebbe potuto tornare indietro».
 

 

Nel mirino degli inquirenti anche la formula utilizzata dall'accordo, ossia le anticipazioni del 95% del budget in dodicesimi inserite all'articolo 7 dell'accordo invece che il 90% fissato per legge. Postiglione ricorda che «questa è la stessa formula usata in tutte le regioni italiane e che fossero cifre da conguagliare è stato ben chiarito nell'addendum contrattuale firmato il 4 aprile, a distanza di pochi giorni dalla prima intesa». Intanto, nel contesto di incertezza le Asl, dopo le ispezioni della Guardia di Finanza, hanno a più riprese chiesto, agli uffici di Palazzo Santa Lucia, come regolarsi. Note e circolari hanno richiamato l'articolo 4 e i commi del Decreto Rilancio, emanato nel frattempo a maggio, che assicura la possibilità di riconoscere fino al 90% degli acconti mensili anche senza posti letto occupati, salvo conguagli. Note di chiarimento, tuttavia, che non citano il comma 5 del Decreto di riferimento. Circostanza che ha bloccato ogni pagamento delle Asl. La Asl di Benevento, ad esempio, smentisce quanto riportato dall'Ansa di un mandato di pagamento di 3,3 milioni di euro per le Case di cura del territorio a fronte di cure erogate a solo pochissimi pazienti. Anche nelle altre province non risultano pagamenti già effettuati. A Napoli 3 l'ultimo rateo risale a marzo sul fatturato prodotto a febbraio. A Napoli 2 e a Salerno si è scelta una formula più ampia: il conguaglio di tutta l'attività svolta e le prestazioni erogate da gennaio a giugno per spalmare i mancati introiti su un periodo più lungo. Napoli 1 invece, ha paralizzato tutto. In gioco ci sono gli stipendi di infermieri, tecnici, operatori e medici in quanto i pagamenti delle Case di cura avvengono sulla scorta di tariffe in cui sono compresi anche i costi del personale.
 

«Va fatta una premessa - chiarisce Sergio Crispino, presidente regionale AioP - quando si discute dell'emergenza Covid dobbiamo avere negli occhi le immagini di 10 settimane fa quando tutte le nostre rianimazioni erano piene di ammalati alcuni dei quali non ce l'hanno fatta. Nel merito dell'accordo proprio per evitare di fare la fine della Lombardia la Regione ci ha chiesto di dare una disponibilità di posti (Covid e non Covid). E noi l'abbiamo fatto. E nessuno poteva avere la sfera di cristallo e prevedere che quei posti sarebbero stati utilizzati. Noi abbiamo sostenuto costi per lavori, personale, sanificazioni, attrezzature. Questo accordo ha scaricato i costi sulle strutture convenzionate giacché prevede l'erogazione di un finanziamento, un acconto, una anticipazione, non un contributo a fondo perduto come inbvece potevano essere i 600 euro per le partite Iva o il reddito di cittadinanza. Alla fine dovranno essere fatti i conti del dare e avere e quindi non è detto che avremo solo, ma anche che dovremo restituire. C'era un'alternativa a tutto questo? Chiedere la cassa integrazione e aggravare ancor di più il deficit statale. Se chi può decidere intende scegliere questa soluzione, ovviamente retroattiva, l'accordo può essere stracciato anche ora». «A questo punto soltanto il Governatore della Regione Vincenzo De Luca può fare chiarezza - conclude Gianni Severino di Confindustria Sanità - bisogna che si rispettino gli impegni assunti se non si vogliono creare i presupposti per la chiusura di centinaia di imprese». 

Ultimo aggiornamento: 10:28 © RIPRODUZIONE RISERVATA