Coronavirus a Napoli, caccia a 24 positivi: hanno dato telefoni falsi

Lunedì 21 Settembre 2020 di Ettore Mautone

Torna a salire il numero dei nuovi positivi al Coronavirus in Campania con 243 contagi, 72 in più del giorno precedente, a fronte di soli 3.405 tamponi, 4.227 in meno del giorno precedente (sono i tamponi processati nella giornata di domenica), segnando un decesso e 20 guariti. La percentuale di positivi nella regione diventa così molto alta: 71,4 ogni mille tamponi, il valore più elevato dai primi di aprile e un indice di infettività che torna anch’esso a salire. È questa la fotografia dell’epidemia in Campania, scattata dall’Unità ic risi regionale nelle ultime 24 ore. Numeri che fanno della Campania la regione italiana che segna il più alto numero di nuovi contagi in 24 ore (seguita dal Lazio a quota 198) pur a distanza di diversi giorni dal flusso dei rientri dai viaggi all’estero. Segno che il virus continua a correre rendendo pressante il lavoro di tracciamento dei dipartimenti di prevenzione delle Asl. Qui va segnata una particolarità: dei 57 nuovi casi registrati a Napoli ieri 24 hanno effettuato il tampone spontaneamente ma buona parte di essi ha rilasciato numeri errati o inesistenti per cui diventa più complesso il rintraccio dei contagiati e dei loro contatti. 

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Intanto in Campania nell’ultima settimana abbiamo avuto una media di 162 casi al giorno, una settimana fa erano 180, due settimane fa 141, tre settimane fa 166, ma quattro settimane fa solo 66. Oggi sono 21 i pazienti in terapia intensiva, erano 19 una settimana fa, 7 due settimane fa, 4 tre settimane fa e solo 2 quattro settimane fa. Ovviamente contagi non significa malattia in quanto in questa fase prevalgono nettamente, come abbiamo sottolineato più volte, i soggetti asintomatici, tant’è che la Campania, con 3.378 casi individuati nel solo mese di settembre, segna più di quanto registrato nei mesi terribili del lockdown, quando individuò 2.240 positivi nel mese di marzo e 2.214 nel mese di aprile con una situazione ospedaliera e soprattutto delle rianimazioni completamente diversa e oggi molto più rosea. Ma fatalmente, al crescere del numero dei positivi attivi nella popolazione (4.897) sale inesorabilmente anche l’impegno sul versante ospedaliero. La Campania, con 345 malati ricoverati (di cui 21 in Terapia intensiva) è seconda solo al Lazio (che ne assiste 466 in corsia e 27 in Rianimazione), mentre Lombardia (36), Lazio (27), Emilia e Toscana (23), hanno meno ricoveri e un maggior numero di pazienti in difficoltà respiratoria. Al netto delle differenze epidemiologiche dunque i numeri vanno tenuti in debito conto: «Quando lo scorso 11 marzo venne introdotto il lockdown nazionale, avevamo nel Paese 1.028 pazienti in terapia intensiva - scrive in un post su Facebook Peter W. Kruger, manager esperto di statistica - al trend esponenziale degli ultimi 15 giorni questo livello si raggiungerà tra circa un mese (metà ottobre). Altre tre settimane (inizio novembre) e, sempre ai trend attuali (cioè senza misure forti di contenimento dell’epidemia), raggiungeremmo anche il picco delle terapie intensive (4.068) registrate il 3 aprile scorso». «Purtroppo come abbiamo sottolineato più volte - aggiunge Nino Cartabellotta, medico epidemiologico, direttore del centro studi indipendente Gimbe - crescono, sebbene molto più lentamente che in primavera, ospedalizzazioni e terapie intensive con una tendenza al raddoppio che oggi è di circa 2 settimane mentre allora avveniva ogni due giorni. Considerato che molti malati sono meno gravi e i guariti in numero maggiore lo stress per gli ospedali è inferiore ma siamo al 21 settembre alla vigila dell’apertura delle scuole e incombe l’autunno e l’epidemia influenzale stagionale che fatalmente complicheranno ancora più le cose». 
 

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«La Campania continua a lavorare come ha sempre fatto con tamponi mirati - sottolinea Alessandro Perrella, infettivologo del Cardarelli - se facciamo meno tamponi è solo perché li concentriamo nell’ambito della cerchia dei contatti dei positivi. Durante i rientri ne facevamo molti di più perché una quota, circa la metà, erano di screening. Andremo avanti su questa strada con un incessante e sotterraneo lavoro che finora ci ha consentito di fronteggiare l’epidemia. Ovviamente l’imprevedibile non è prevedibile e per questo l’unica misura raccomandabile su cui non si può derogare è quella della prevenzione, del distanziamento sociale, del corretto uso delle mascherine e della continua igiene delle mani. In giro si vedono troppe persone, giovani a intensa socialità ma anche meno giovani, che fanno finta che l’epidemia non esista». A guardare negli ospedali poi ci si accorge che la data di nascita di molti ricoverati risale dai 30 ai 40 anni fa. pazienti piuttosto giovani, spesso sani e dunque capaci di guarire. Cosa accadrebbe se quei malati fossero anziani e pazienti fragili? Un interrogativo da porsi non per allarmare ma per stare in guardia.

Ultimo aggiornamento: 22 Settembre, 14:06 © RIPRODUZIONE RISERVATA