Napoli, l'ex sindaco: «Caos cure, così ho battuto il Covid da solo»

Sabato 21 Novembre 2020 di Melina Chiapparino

La battaglia contro il Covid non è solo «la fame d'aria» che sfianca i polmoni ma, anche «la sensazione di abbandono e disorientamento» vissuta dagli ammalati. Parole di Giuseppe Papaccioli, ex sindaco di Caivano e direttore responsabile del Distretto Sanitario 32 dell'Asl Napoli 1 che racconta la sua odissea da paziente, senza nascondere «amarezza e disagio per la mancanza di organizzazione sul territorio».

 

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Dopo quasi 20 giorni di positività, lei ora è negativo. Come ha vissuto il Covid?
«Tutto è cominciato con un colpo di tosse mentre stavo andando al lavoro, lo scorso 29 ottobre. Avevo percepito una sensazione di malessere anomala e per sicurezza feci il tampone e tornai subito a casa. Non mi ero sbagliato, avevo contratto il Covid anche se con grande sorpresa, perché sono da sempre molto scrupoloso. Ai pazienti che giungono al distretto, dico in continuazione di mantenere le distanze e faccio rispettare le norme. Il vero problema, in ogni caso, è stata l'assistenza, anzi la mancata assistenza».


Perché mancata assistenza?
«Fin dall'inizio sono stato abbandonato. I primi giorni ho avuto difficoltà a ricevere il certificato che attestasse la mia positività, verificata con il tampone, dal mio medico di base al punto che sono arrivato a farmi assegnare un altro dottore. Il protocollo dei medicinali da prendere me lo hanno consigliato dei colleghi, perché non sono mai stato contattato da nessuna Usca, né istituzione sanitaria dell'Asl Napoli 2 a cui appartengo. Ho avuto il vantaggio di riuscire a destreggiarmi da medico ma non ho mai usato corsie preferenziali. Le esperienze più traumatiche sono state l'ospedale, il reperimento dell'ossigeno e i due successivi tamponi».


Può raccontarci queste esperienze negative?
«I giorni successivi mi sono autogestito, non avendo nessun riferimento a cui chiedere cosa fare. Volevo capire a che stadio era la mia infezione, così ho eseguito a casa un prelievo arrivando persino a pensare che, in caso di peggioramento, si doveva sapere che ero morto di Covid. Tempo dopo, mi sono recato all'ospedale di Frattamaggiore, perché non miglioravo e necessitavo di una radiografia che mi hanno fatto dopo ore, tra disorganizzazione e promiscuità tra i pazienti, salvando la professionalità di alcuni sanitari. La bombola di ossigeno me l'ha prescritta un collega medico di base, perché ancora non risultavo in piattaforma con la mia positività e, proprio per questo, non ho avuto il tampone a domicilio ma per due volte mi sono recato in auto fino ad Acerra».


Che messaggio mandare alle istituzioni?
«Il messaggio è di non abbandonare le persone che sono a casa. Non dimenticherò mai la sensazione di fame d'aria quando mi sembrava di morire e, per questo, procurarsi ossigeno deve essere più facile sia dal punto di vista burocratico che di reperimento materiale. Il sistema sta fallendo anche se il governatore De Luca dice che va tutto bene. La gente non sa cosa fare e a chi rivolgersi. C'è bisogno di una migliore organizzazione dell'assistenza sul territorio, anche con gli stessi identici mezzi».

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