Covid a Napoli, morto nel bagno del Cardarelli: c’è la svolta, primi nomi nel mirino del pm

Domenica 22 Novembre 2020 di Leandro Del Gaudio

Una rosa di nomi nel mirino del pm, al termine della primissima fase di indagini sulla morte dell’ottantaquattrenne Giuseppe Cantalupo. Dopo l’autopsia, in attesa delle conclusioni dei consulenti di parte, la Procura di Napoli punta a restringere il cerchio delle possibili responsabilità di una vicenda di cronaca finita al centro del dibattito politico sulle condizioni della sanità cittadina. Trovato senza vita nel bagno dell’area filtro del Cardarelli, poi filmato in un video diventato iconico.

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Una vicenda che ora attende i primi esiti investigativi. Inchiesta per omicidio colposo e abbandono di incapace, chiara la strategia della Procura, che si è presentata all’autopsia con un fascicolo aperto contro ignoti. In sintesi, anche in questo caso, l’ufficio inquirente intende evitare di iscrivere nel registro degli indagati decine e decine di professionisti, ma preferisce restringere il campo di osservazione a chi potrebbe aver avuto una responsabilità nell’assistenza di Cantalupo nelle sue ultime ore di vita.


Proviamo allora a ripercorrere la storia del paziente. Saturazione bassa, positivo al covid, raggiunge il Cardarelli in ambulanza, ottiene una prima terapia di ossigenazione, ritrova la propria stabilità. Resta in osservazione breve, lì sulla lettiga, in quella sorta di anticamera dell’ospedale che verrà filmata quando si scopre la sagoma dell’anziano paziente all’interno della toilette. Cosa è accaduto? Proviamo a ragionare alla luce delle prime conclusioni del penalista Antonio Zobel, che assiste la famiglia di Cantalupo. Forte della consulenza del medico legale di fiducia, il consulente di parte Saverio Terracciano, Zobel ipotizza che Cantalupo potesse essere salvato: «C’è stata una insufficienza respiratoria, che poteva essere contrastata da un intervento risolutivo, con l’induzione di ossigeno. Nessuno era presente però in quel momento - secondo quanto ipotizza il legale - bisogna verificare il livello di responsabilità di medici e infermieri».

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IL GIALLO
Un’inchiesta che fa sempre e comunque i conti con lo scenario di emergenza che si era abbattuto nei primi dieci giorni di novembre, a causa dell’afflusso di pazienti (in gran parte positivi al Covid). Verifiche condotte dal pm Liana Esposito, sotto il coordinamento dell’aggiunto Simona Di Monte, sono state sequestrate cartelle cliniche e sono state ascoltati i primi testimoni di questa vicenda. Ed è questo uno dei retroscena delle verifiche affidate al commissariato di polizia Arenella (guidato dal dirigente Angelo Lamanna). In sintesi, la decisione di non notificare avvisi di garanzia può consentire di acquisire testimonianze utili da chi era al lavoro in quelle ore cruciali in cui è avvenuto il decesso dell’ottantaquattrenne. Non è stata l’unica vicenda luttuosa in quei giorni. Dodici novembre, oltre alla morte di Cantalupo, c’è un altro caso su cui la Procura è chiamata a fare chiarezza.

È la morte di Giuseppina Liccardo, 45 anni, i cui parenti venerdì mattina hanno presentato una denuncia in Procura. Masticano amaro. Dializzata, ma in buone condizioni di salute, ricoverata il due novembre a causa di alcuni dolori al petto, la donna entra in ospedale con un tampone negativo al covid (era stato fatto alcuni giorni prima). Stando all’esposto, Giuseppina Liccardo si ammala di covid, finisce in terapia intensiva e muore. Ma il suo caso resta un giallo, anche alla luce dei messaggi audio spediti ai familiari dalla paziente: sos sui presunti ritardi nella dialisi, che avrebbero appesantito il suo corpo, rendendola più vulnerabile al contagio. Difesi dagli avvocati Gennaro De Falco e Maria Laura Masi, ora figli e parenti di Giuseppina Liccardo si affidano alla Procura: «Diteci di cosa è morta - si leggee - e qual è stato il livello di assistenza ricevuto». 

 

Ultimo aggiornamento: 23 Novembre, 09:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA