Coronavirus a Napoli, niente nozze per Maria Lucia, infermiera al Cotugno: «Sfumato un sogno»

Martedì 7 Aprile 2020 di Giuliana Covella
Come tutte le giovani donne, anche per lei il giorno delle nozze è uno di quelli che più si aspettano nella vita. Ma Maria Lucia Genovese, 34 anni, infermiera al Cotugno, lo ha visto sfumare in poche settimane: doveva sposarsi il 2 maggio, ma tutto è stato rinviato a causa dell’emergenza Coronavirus. E, come si suol dire, dopo il danno la beffa: «Ho già perso l’acconto per il ristorante - spiega - adesso rischio di perderne anche altri come quelli per fotografo, abito da sposa, chiesa, fioraio e bomboniere perché nessuno ovviamente vuole rimetterci».

Maria Lucia, laureata in Infermieristica alla Federico II di Napoli, svolge il suo lavoro da 10 anni ed è uno degli “angeli in mascherina” che hanno fatto parlare di loro in tutto il mondo per l’eccellenza del servizio sanitario prestato ai malati di Covid. Turni massacranti, senza risparmiarsi mai, insieme a tanti colleghi che ormai non fanno più differenza tra il giorno e la notte, senza perdere mai speranza e positività. In forza alla Prima Divisione (quella per intenderci ad indirizzo neurologico), diventata reparto Covid come tutti gli altri al Cotugno, la giovane infermiera assiste ammalati in reparto, pronto soccorso e tenda allestita all’esterno, leggendo l’angoscia negli occhi dei pazienti, specie quelli intubati. «Tra di loro ci sono persone sconosciute ovviamente, come un sordomuto con cui abbiamo dovuto comunicare con cartelli - racconta - ma anche colleghi infermieri o medici di altri ospedali che ora vedi in un letto lottare tra la vita e la morte e pensi che potresti essere al loro posto».

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A dispetto della sua giovane età Maria Lucia è una ragazza dal carattere forte e molto coscienziosa, tanto che ha deciso di preservare gli affetti più cari da eventuali rischi. Da una settimana vive infatti in una delle strutture ricettive messe a disposizione di medici e infermieri anti Covid in convenzione col Comune di Napoli: «Ho lasciato genitori e nonna a casa e non vedo il mio futuro marito da 20 giorni per tutelare la loro salute». Ma il dramma della ragazza è che, a causa della pandemia, è saltato il suo matrimonio.

«Il primo marzo io e il mio fidanzato avevamo dato la promessa. Quindi diciamo che per il Comune siamo sposati, ma in chiesa non potremo andare, come previsto, il 2 maggio. Tutti, a partire dal ristorante per il banchetto, mi chiedono una data, ma se tutto va bene slitterebbe all’anno prossimo. Intanto ho iniziato a perdere acconti già versati. In più - aggiunge - vivo come altri 400 colleghi un’emergenza nell’emergenza, perché a settembre mi scadrà il contratto e non so che fine farò».

Da qui l’appello al premier Conte: «Lei dice che lo Stato c’è e ne siamo felici, ma non si dimentichi di noi precari, presidente, quando tutto questo sarà passato», sottolinea mentre torna dai pazienti a cui cerca di donare un sorriso «almeno con gli occhi». © RIPRODUZIONE RISERVATA