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Cosimo Di Lauro morto in carcere, aperta un'inchiesta per omicidio colposo: il giallo della perizia medica

Lunedì 13 Giugno 2022 di Gigi Di Fiore
Cosimo Di Lauro morto in carcere, aperta un'inchiesta per omicidio colposo: il giallo della perizia medica

La comunicazione ufficiale è ridotta all’osso e lascia spazio a molti interrogativi. Ai difensori, il direttore del carcere milanese «Opera», Silvio Di Gregorio, scrive che «alle 7,10 è stato constatato il decesso del detenuto Di Lauro Cosimo». Dopo 17 anni e mezzo di detenzione a regime di carcere duro del 41-bis, è morto chi, dopo l’arresto del padre Paolo, esasperò nella violenza la famigerata guerra di Scampia. Avrebbe compiuto 49 anni a dicembre, il primo dei 10 figli di Paolo Di Lauro. Ormai lontano, nell’aspetto, da quel giovane spavaldo e implacabile arrestato in un appartamento al secondo piano di via Miracolo a Milano a Scampia. Era il 22 gennaio del 2005, le immagini a effetto ritraevano Cosimo, allora 31enne, reduce da un mese e mezzo di latitanza tutto vissuto nel suo quartiere, con capelli lunghi lisci, sguardo deciso, giaccone in pelle nera, maglione dello stesso colore e jeans. L’iconografia, cercata e voluta dal capoclan, che aveva ordinato spietati omicidi contro chi voleva mettersi in proprio nello spaccio di droga separandosi dai Di Lauro. Iconografia ben lontana da come viene ora descritto il corpo di Cosimo: smagrito e con barba lunghissima, ma a prima vista senza segni evidenti che possano far pensare a un suicidio. 

Come è morto Cosimo Di Lauro è ora il mistero che la Procura di Milano vuole risolvere. E il pm di turno, Roberto Fontana, ha aperto un fascicolo per omicidio colposo contro ignoti disponendo l’autopsia. A ricostruire i 17 anni di detenzione di «Cosimuccio» Di Lauro i dubbi che giustificano l’inchiesta ci sono tutti. Il figlio di Paolo Di Lauro non è mai stato un detenuto facile. Sempre in regime di isolamento al 41-bis, ha cambiato sei penitenziari: Poggioreale, Novara, Rebibbia, l’Aquila, Cuneo, Milano. E ora commenta il suo avvocato Saverio Senese, che lo ha difeso nei processi per più omicidi in Corte d’Assise con la collega Marcella Cuomo: «Il mio ruolo professionale è assicurare a ogni imputato garanzie processuali. Anche se poteva essere considerato un criminale, Cosimo Di Lauro aveva dato negli anni segni di squilibrio su cui ho cercato di attirare l’attenzione con segnalazioni al Dap e in Assise. Ha sempre prevalso il sospetto di una simulazione sull’approfondimento neurologico».

Di certo, dopo i primi due anni di detenzione, a partire dal trasferimento a Rebibbia, Cosimo Di Lauro ha cominciato a tenere comportamenti sospetti. Il 3 dicembre 2007, una prima relazione della polizia penitenziaria di Rebibbia scrive di averlo sorpreso in «atteggiamento bizzarro» senza specificare altro. L’effetto, però, è una maggiore sorveglianza con la somministrazione di tranquillanti. Primi segnali, 15 anni fa, di un cambiamento di registro. Il mese dopo, il medico del carcere scrive nel suo referto: «Presenta disturbi del comportamento caratterizzati da ansia e confusione mentale». L’isolamento diventa apatia, con rinunce all’ora d’aria, a volte anche del cibo. L’attività abituale di Cosimo Di Lauro diventa con il tempo restare steso sul letto a fumare e guardare le pareti della cella. A volte parlando con se stesso. E la psicoterapeuta del carcere di Rebibbia, Maria Troise, diagnostica: «Reazione di personalità da isolamento, stato depressivo reattivo, condizione ansiosa somatizzata, pseudo-allucinazioni uditive». Era il 26 febbraio 2010.

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Insofferenza progressiva a incontrare la mamma Luisa D’Avanzo e il fratello Giuseppe nei già limitati colloqui in carcere consentiti a un detenuto al 41-bis, scelta di non partecipare alle udienze nelle tre sezioni della Corte d’Assise napoletana dove era imputato: nel tempo, il comportamento da detenuto di Cosimo Di Lauro si delinea. Due volte viene ricoverato per accertamenti: al Policlinico di Padova e alla divisione neurologica dell’ospedale dell’Aquila, su autorizzazione della terza Corte d’Assise di Napoli. Gli prescrivono terapie neurolettiche. I difensori presentano ancora istanze in Corte d’Assise chiedendo perizie approfondite, poi affidano una consulenza al dottore Sergio Allocca, che nella sua diagnosi parla di «disturbo schizo-affettivo e progressivo deterioramento dello stato generale di salute», con difficoltà nel movimento delle gambe. È nel carcere di Cuneo che il comportamento di Cosimo Di Lauro si esaspera. Rifiuta i colloqui con gli avvocati e, per il suo atteggiamento, porta i familiari a prenderne le distanze. In più, caccia via i medici che vogliono visitarlo e rende difficile qualsiasi accertamento psichiatrico dei sanitari del carcere. Nella relazione del carcere di Cuneo, l’undici agosto 2014 si legge: «Eloquio fluido, spesso slegato dal contesto, con deragliamento di nessi logici, poco collaborativo, umore disforico con note istrioniche-isteriformi, rifiuta terapie farmacologiche».  

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È l’anno e il carcere delle continue relazioni dei sottufficiali della polizia penitenziaria, su «comportamenti anomali». Il sostituto commissario Carmine Tarantino segnala che «il detenuto insudicia la stanza con urine buttandoci sopra cacao e ceneri di sigaretta, altre volte getta a terra del detersivo misto a urine e cacao scatenando le lamentele degli altri detenuti per il male odore che viene emanato». E poi urla, anche ululati notturni, grosse risate alternate a conversazioni solitarie a voce alta. Ma anche il rifiuto al ritiro dei pacchi ricevuti dai familiari. Naturalmente, i magistrati ci vanno cauti. Il rischio della simulazione per ottenere benefici carcerari è sempre dietro l’angolo. La Dda napoletana dà sempre parere negativo alle richieste difensive di accertamenti ospedalieri, accolte ugualmente dalla Corte d’Assise. Scrive un altro consulente della difesa, il professore Adolfo Ferraro: «Il peggiorare degli atteggiamenti psicopatologici, il rifiuto di vitto e farmaci e di colloqui con i familiari, con i difensori e con i medici, hanno coinciso con manifestazioni francamente abnormi».

E aggiunge lo stesso professore Ferraro: «Ovviamente il pensiero di un atteggiamento simulatorio del Di Lauro, finalizzato ad ottenere benefici, è più che comprensibile nell’autorità giudiziaria, ma si pongono una serie di dubbi sulla salute del detenuto». 

La vicenda viene segnalata e seguita anche dall’associazione «Nessuno Tocchi Caino», che si occupa delle condizioni dei detenuti a difesa dei loro diritti. Dopo 17 anni e mezzo di detenzione in isolamento, quello che era lo spietato dispensatore di morte e distruzione a Scampia sembra l’ombra di se stesso. Finzione, o patologia neurologica? Scrive l’avvocato Senese, in una delle sue segnalazioni al Dap e alla Procura generale di Napoli: «Mai si è sollecitata la scarcerazione del Di Lauro, né la revoca del regime del 41-bis, ma unicamente la sottoposizione del detenuto ai trattamenti sanitari, verificando l’effettivo stato di salute mentale di un detenuto che conduce una vita ai limiti della sopravvivenza». Istanze prive di successo. Sarà la Procura di Milano ad approfondire le cause reali della morte di Cosimo Di Lauro. Aveva avvertito l’avvocato Senese: «Non voglio sentirmi colpevole di una inaccettabile inerzia, il sospetto che il detenuto sia un simulatore dovrebbe essere prospettato da clinici e psichiatri di fiducia delle istituzioni e non da investigatori ed inquirenti». Parole al vento di sette anni fa. 

Ultimo aggiornamento: 14 Giugno, 22:07 © RIPRODUZIONE RISERVATA