Napoli, il San Giovanni Bosco da covo di boss a Covid center, niente pronto soccorso: è caos

Venerdì 18 Dicembre 2020 di Ettore Mautone
Napoli, il San Giovanni Bosco da covo di boss a Covid center, niente pronto soccorso: è caos

Il San Giovanni Bosco non è (più) un covo di delinquenti e camorristi ma secondo gli 007 del Viminale sono comunque emerse numerose irregolarità amministrative diventate causa di «disfunzioni organizzative e di gestione delle attività sanitarie dell'ospedale». Nessun commento, su questi aspetti, arriva per ora dal manager della Asl Napoli 1 Ciro Verdoliva. Chi lo conosce sa qual è il suo pensiero, a proposito del nosocomio di via Briganti: «È un ospedale trasformato in Covid Center, secondo i piani della strategia di contenimento della pandemia e le risorse finora messe a disposizione».


Un piano di rilancio che solleva non pochi mugugni da parte di medici, infermieri, ma soprattutto utenti. Tutti preoccupati per la nuova vocazione del presidio sanitario, per il futuro prossimo venturo, tanto che in queste settimane si sono registrate anche delle manifestazioni all'esterno del nosocomio. Oggi il San Giovanni Bosco (dal 3 novembre scorso), viaggia in assetto da Covid hospital multispecialistico, con pochi posti letto e attività cliniche ridotte, che da un lato rispondono all'emergenza creatasi nel picco epidemico, dall'altro dovranno attendere che la pandemia si esaurisca per tornare alla funzioni e attività precedentemente svolte. Un mutamento di pelle, anche strutturale, che segna uno snodo molto complesso che fa da contorno a una continua fuga di camici bianchi verso lidi e attività più soddisfacenti, terreno di coltura di un diffuso malcontento di chi resta.


IL PIANO OSPEDALIERO
Sulla carta il San Giovanni Bosco dovrebbe al più presto adempiere alle funzioni programmate con il Piano ospedaliero vigente dalla fine del 2019. La mission attribuita a questo presidio di frontiera è quella di un Dea di I livello. In altre parole un ospedale dotato di un pronto soccorso di media complessità e con un contorno di specialità, discipline, reparti e posti letto, diversificati e adeguati a tale funzione nevralgica. Tra il dire e il fare c'è di mezzo, in questo caso, sia il personale (che manca o è insufficiente in molti reparti) sia la struttura che va completamente risanata e adeguata tecnologicamente. È vero che la Campania può contare su oltre 1,1 miliardi dei fondi ministeriali per l'edilizia ospedaliera, sbloccati dopo anni di pantano all'inizio del 2019, ma il presidio della Doganella, tranne che per gli impianti, non rientra tra i progetti immediatamente cantierabili. L'impegno del management, sia con i primari e il personale, sia con le municipalità coinvolte e le comunità di cittadini, c'è sempre stata. Pesano, come detto, le incognite: molte eccellenze cliniche e chirurgiche sono state negli anni perse, dismesse, smembrate, altre realtà sono cresciute nonostante tutto ma la conversione in ospedale Covid ha rappresentato per molti la tegola finale. È convinzione di molti camici bianchi che hanno resistito finora che questa fase sia il preludio della completa dequalificazione, primo passo verso una lenta agonia fino alla chiusura. Spetta dunque alla direzione strategica, appena rinforzata con l'arrivo di Maria Corvino al vertice sanitario, smentire questi timori e dare contenuti alle aspettative di rilancio.

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