Covid a Napoli: «Visite dei parenti ai malati ricoverati, ecco perché vi dico di sì»

Martedì 26 Gennaio 2021 di Gigi Di Fiore
Covid a Napoli: «Visite dei parenti ai malati ricoverati, ecco perché vi dico di sì»

Già docente ordinario di pediatria e neonatologia al Policlinico della Federico II, il professore Roberto Paludetto è rimasto assai colpito dalle testimonianze sull'isolamento fisico e psicologico vissuto in questi mesi dai malati di Covid, cui è vietato incontrare i propri familiari.

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Professore Paludetto, da medico crede che sia possibile rivedere l'isolamento dei malati di Covid in terapia intensiva?
«È possibile perché ci sono già decisioni di questo tipo prese a Pisa. Una linea di comportamento avviata anche a Bologna. Mi hanno colpito le testimonianze pubblicate dal Mattino, le sofferenze di chi non può vedere e assistere un genitore anziano che muore senza avere vicino un parente. E credo sia giunto il momento di modificare questa linea di comportamento sanitario».

Ne esistono le condizioni sanitarie?
«Non solo esistono, in questo momento, ma ci sono anche precedenti lontani nel tempo, di situazioni analoghe, che io stesso seguii».

A quali precedenti fa riferimento?
«Alla possibilità, concessa ai genitori, di poter vedere i figli affetti da patologie immunodepressive, in cura nei reparti di terapia intensiva neonatale».

Una situazione che aveva analogie con quella degli ammalati di Covid?
«Sì, una cinquantina di anni fa, negli Stati Uniti venne sperimentato il superamento degli isolamenti. Un protocollo in Italia seguito prima a Trieste e poi da me a Napoli. Arrivai al Policlinico dopo cinque anni di esperienza professionale a Torino. Da studi, pubblicati anche su riviste scientifiche, divenne evidente che, con gli indispensabili accorgimenti, si poteva concedere ai genitori di vedere e stare insieme con i propri figli anche nelle terapie intensive».

Una scelta che ha portato benefici medico-sanitari?
«Senza dubbio. La possibilità, per un genitore, di poter anche tenere in braccio il figlio ha prodotto effetti psicologici positivi anche per il bambino».

Come è stato possibile superare le contro indicazioni e i rischi sulla salute dei piccoli ricoverati?
«Una scelta di questo tipo è possibile se è presa d'accordo con il personale sanitario e con i colleghi medici. Non tutti erano per il sì, ma la gran parte lo era e andammo avanti».

Ripetendo quella esperienza nella condizione attuale dei malati di Covid ricoverati in ospedale e nelle terapie intensive, cosa si dovrebbe fare?
«Consentire l'accesso alle terapie intensiva di un familiare alla volta, con i dovuti sistemi di protezione. Sono gli stessi che indossa il personale sanitario: doppi guanti, visiere, mascherine particolari, calzari, camicioni. In quelle condizioni, un familiare alla volta può visitare il parente in terapia intensiva. Senza affollamento, per non più di una quindicina di minuti, credo si possa arrivare a questa scelta».

Cosa altro sarebbe necessario?
«La vigilanza del personale sanitario nel corso della visita. Per farlo, naturalmente, è necessario avere a disposizione personale sufficiente che sia d'accordo. Queste decisioni vanno prese in sintonia con tutto il reparto, ma credo che ora ci siano le condizioni».

Perché?
«Rispetto a qualche mese fa, abbiamo sufficienti dispositivi di protezione personale. Ma è anche in corso la campagna di vaccinazione, che ha proprio nel personale sanitario i soggetti da rendere immuni prima degli altri. Insomma, condizioni migliori rispetto al passato».

Cosa potrebbe rendere ostacolare questa decisione?
«La mancanza di personale sufficiente. È logico che le visite andrebbero fatte alla presenza del personale, per evitare problemi. È altrettanto ovvio che non potrebbe avere accesso più di un solo familiare. Ma è un atto di umanità, il superamento di un divieto che a tutti appare come una violenza affettiva e psicologica».

È particolarmente colpito da questa realtà?
«Sì, quasi tutti in questa pandemia hanno avuto un parente o un amico deceduto. Io ho avuto un familiare e un amico stretto deceduti. So cosa significhi, quale carico di sofferenze affettive e psicologiche porta vedere morire di Covid una persona cui si è legati senza poterle parlare, darle un conforto, assisterla nelle sue ultime ore di vita. Credo che i tempi della pandemia siano maturi per una scelta diversa, creandone le condizioni organizzative giuste. Una questione di buona volontà». 

Ultimo aggiornamento: 18:27 © RIPRODUZIONE RISERVATA