Nora operata a 38 anni a Pozzuoli: «Ero cieca, ho rivisto mio padre»

Mercoledì 27 Ottobre 2021 di Maria Pirro
Nora operata a 38 anni a Pozzuoli: «Ero cieca, ho rivisto mio padre»

«Ero cieca. Mai avrei immaginato di spalancare gli occhi in un posto così bello. Che fortunata coincidenza fare la convalescenza oggi a Capri, dove mio padre deve lavorare», sorride Nora Vanesa Acosta Guerra, 38enne di origine peruviana, da bambina colpita da una infezione banale e malcurata. 

Cinque giorni fa, il trapianto di cornea.
«È sorprendente quanti dettagli riesca a distinguere ora. Vedo finalmente il mare. E i Faraglioni, per la prima volta».

Quando si è accorta della malattia?
«Sin da piccola avevo mal di testa fortissimi e bruciore agli occhi. Ho iniziato a vedere male, sempre peggio». 

E si è rovinata la cornea.
«Cinque anni fa, vedevo tutto bianco, solo ombre bianche e più nulla: mi trasferirono in ospedale a Lima, allora mi dissero che avevo bisogno urgente di un trapianto di cornea».

E invece, l’attesa nel suo paese è diventata infinita.
«Non mi hanno mai chiamato per l’operazione, tra l’altro molto costosa: rimandavano di anno in anno, nonostante le ripetute sollecitazioni».

Nel 2019, è arrivato il Covid.
«A quel punto è saltato tutto, anche la lista di attesa».

Suo padre, da 17 anni immigrato qui, ha chiesto aiuto per lei. 
«All’ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli tutti sono stati straordinari: voglio ringraziarli. Il dottore Francesco Diurno, che ha preso a cuore il caso, il manager dell’Asl Antonio D’Amore, l’équipe e, in particolare, il medico, che mi ha operato, è il primo volto che ho visto».

L’intervento è stato possibile grazie a una catena di solidarietà che ha unito l’Italia con il Perù, fino a portarla nel reparto di oculistica diretto da Mario Sbordone.
«Tra meno di 24 ore devo tornare nella struttura sanitaria per un controllo, ma riesco già a leggere anche i numeri», si commuove Nora Vanesa, che deve comunque seguire una lunga e complessa terapia. «Con farmaci immunosoppressori, anti-rigetto, perché le cicatrici vascolari potrebbero riformarsi», chiarisce il primario Sbordone, che l’ha visitata personalmente.

Intanto, ha rivisto il papà dopo tanto tempo.
«Gli avevo comunicato al telefono gli sviluppi della malattia fino alla completa cecità, perché le mie condizioni si erano aggravate quando era già in Italia». Jesus, il genitore, aggiunge che sono circa otto anni che non rientra in Sud America, e anche lui ha gli occhi lucidi.

Come l’ha trovato? 
«Ma lui non è cambiato: mi sembra identico», ride la figlia, che lo chiama «il mio primo fidanzato».

Chi desidera vedere ora?
«Mia mamma e mia sorella, che ho potuto salutare in videochiamata, la sera stessa dell’operazione».

E poi?
«Vorrei riabbracciare i miei tre cani, anche loro sono rimasti a Lima. E rivedere la camera, le mie cose. Ma voglio innanzitutto lavorare».

Ha mai lavorato?
«Per un periodo, sì. Ma la malattia agli occhi non mi ha consentito nemmeno di continuare a studiare. Non l’unica limitazione: a Lima i medici mi hanno anche modificato l’alimentazione. Ora spero di poter riprendere a bere il caffè e altre bevande e cibi caldi». 

Ha definito questi anni orribili. 
«Sì, tentavo di camminare da sola, nonostante le difficoltà, e andavo a sbattere: una volta, ho urtato anche un camion, fortunatamente senza farmi troppo male».

Ora può andare incontro al futuro.
«Sì, desidero un lavoro». 

Ultimo aggiornamento: 28 Ottobre, 14:03 © RIPRODUZIONE RISERVATA