«Napoli soffre ma non si arrende», ​gli articoli di Giancarlo Siani sul lavoro

Martedì 9 Novembre 2021 di Alessio Liberini
«Napoli soffre ma non si arrende», gli articoli di Giancarlo Siani sul lavoro

A circa 42 anni dalla pubblicazione di articoli e inchieste di Giancarlo Siani sul tema del lavoro, nella sua attività di giovane cronista de «Il Mattino» e di redattore della rivista della Cisl «Il lavoro nel Sud», Napoli grida ancora la sua vendetta contro la desertificazione industriale - partita proprio negli anni Ottanta del Novecento e mai del tutto terminata – che difatti va di pari passo con l’avanzare dei fenomeni criminali. Per capirlo basta rileggere oggi quello che scriveva Siani già oltre 40 anni fa. 

Si tratta di ben 601 articoli scritti e pubblicati dal giugno del 79 e fino al 22 settembre 1985, il giorno prima del suo brutale omicidio avvenuto per mano della camorra. Scritti che, guardando le odierne crisi industriali di Napoli e del Mezzogiorno, sembrano essere stati redatti in queste ore ma che difatti hanno già quasi mezzo secolo di vita. Una parte, circa 60 articoli, di queste preziose testimonianze storiche è possibile così ritrovarle oggi nel libro «Giancarlo Siani, il lavoro. Cronache del Novecento industriale (1980-’85)», pubblicato dalla casa editrice indipendente Iod Edizioni – che rientra nella collana di libri dedicata proprio al cronista de Il Mattino dal titolo Cronisti scalzi – e presentato nel pomeriggio di ieri ( 8 ottobre) al Palazzo delle Arti di Napoli, davanti ad una platea d’eccezione che comprendeva il sindaco Gaetano Manfredi, l'assessore regionale Mario Morcone, Gianmario Siani (presidente della Fondazione Giancarlo Siani onlus), Isaia Sales (docente, saggista e curatore del libro) Nicola Ricci (segretario generale Cgil Campania), Salvatore Topo (segretario organizzativo Cisl regione Campania), Giovanni Sgambati (segretario generale Uil Campania), Francesco Beneduce (vescovo ausiliare di Napoli), Federico Monga (direttore de Il Mattino), Ottavio Lucarelli (presidente Ordine dei giornalisti della Campania), Claudio Silvestri (segretario del Sindacato Unitario Giornalisti Campania), Enrico Tedesco (segretario generale Fondazione Polis Regione Campania) e Geppino Fiorenza (presidente onorario Fondazione Giancarlo Siani onlus). 

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«Napoli soffre ma non si arrende, migliaia di lavoratori disoccupati e giovani il 24 febbraio in piazza uniti dalla volontà di cambiare e di lottare per la rinascita di una parte dell’Italia troppe volte umiliata» si legge in un articolo di Siani pubblicato nel marzo 1981 sulla rivista della Cisl «Il lavoro nel Sud». Risulta incredibile vedere come, ad esattamente 40 anni di distanza, le stesse parole si possono riutilizzare, integralmente, per raccontare il dramma e la lotta degli operai Whirlpool di Napoli Est, gli stessi che da ben tre anni di vertenza si autodefiniscono «l’Italia che resiste» e che in queste ore stanno valutando i trasferimenti, proposti dalla multinazionale statunitense, per continuare a lavorare nella lontana provincia lombarda: «Io non vado a Varese ad arricchire ancora di più il Nord e rendere la mia città sempre più povera» racconta oggi un lavoratore di via Argine come gridavano allora gli operai che ascoltava Siani già anni fa. «Qui vogliono chiudere un presidio di legalità» tuona invece un altro lavoratore della fabbrica di Ponticelli ricordando, forse anche a sua insaputa, quello che aveva intuito il “cronista scalzo” quasi mezzo secolo prima.

Ma ancora oggi quanto influisce il legame tra desertificazione industriale e l’avanzare dei fenomeni criminogeni a Napoli e più in generale nel Sud del nostro Paese? L’abbiamo chiesto direttamente al curatore dell’opera, dedicata alla memoria di Siani, Isaia Sales, storico, saggista e docente universitario.

Oggi i lavoratori della Whirlpool di Napoli hanno addosso «la bomba in testa» che cantava De Andrè proprio negli anni tumultuosi raccontati da Siani ed ancora adesso a Ponticelli, il quartiere dove si trova lo stabilimento, è sotto l’assedio degli ordigni fatti scoppiare dai clan di camorra. Quanto sono legate queste due dinamiche e perché?

«Sono molto legate in realtà – spiega Sales – il problema è che noi non vediamo quello che è evidente e a volte ci trastulliamo in teorie strane o complottiste. Abbiamo casi come alcuni quartieri di Napoli o anche la stessa città di Torre Annunziata che seguiva Siani in cui il crollo dell’apparato produttivo ha comportato un aumento vertiginoso dei tassi criminali. Basti pensare al caso di Bagnoli, negli ultimi decenni, o quello di San Giovanni a Teduccio ancor prima. E’ un equilibrio storico di queste due componenti: apparato produttivo e lavori illegali. Torre Annunziata aveva una straordinaria vocazione industriale che si è persa a ridosso degli anni Ottanta e dopo il colera, quando è sparita la fiorente coltivazione dei mitili (frutti di mare ndr). Appena si è ridotta l’attività legale se ne sostituita con una illegale: il contrabbando di sigarette che a Torre si consolida proprio in quel frangente.

“È il momento – chiarisce il curatore dell’opera - di riportare la riflessione su Napoli alle cose essenziali, quando su una realtà cala il peso dell’attività produttiva c’è una sostituzione del mondo della ricchezza con il mercato illegale. Ogni posto di lavoro perso, così come i ragazzi che non vanno a scuola, sono degli allarmi sociali perché immediatamente si possono trasformare in acquisizioni di reddito illegale o della cultura della strada. C’è un nesso molto stretto tra questi due elementi, procurarsi un reddito legale e andare a scuola o procurarsi un reddito illegale e non andare a scuola. A Bagnoli, ad esempio, si è evitato per anni di farci entrare la camorra perché c’era una cultura del lavoro anti dedica alla cultura della camorra, Torre Annunziata, San Giovanni e Ponticelli è la stessa cosa. Mentre in altri quartieri centrali c’è sempre stata una componente dedita alle attività illegali. Un nesso c’è, le bombe testimoniano la guerra tra clan che hanno una fortissima incidenza su questi quartieri, questo alimenta altri circuiti. Non è che le bombe sono la causa ma nel senso che questi quartieri in questo momento hanno due emergenze: una è del lavoro l’altra è criminale, il nesso fra le due cose? Sappiamo che ogni volta che si riduce l’aumento di lavoro legale aumenta l’offerta di lavoro illegale e questo non è di oggi, lo descrive già Siani nei sui articoli”.

Leggendo gli articoli di Siani è impressionante quanto i suoi scritti siano così contemporanei ancora oggi, perché non si è cercato di cambiare le cose fin ora?

«La crisi industriale di Napoli – precisa Sales - non è stata una cosa che i governi nazionali hanno voluto affrontare fin in fondo, negli anni Ottanta abbiamo assistito al crollo industriale della città senza una risposta forte da Roma. Poi c’è stata un’illusione, quella che lo sviluppo edilizio potesse arginare la crisi industriale, estendendo difatti una nuova periferia. Il ciclo edilizio non è mai sostitutivo del ciclo industriale e del lavoro di fabbrica, anzi a volte porta più conseguenze negative che vantaggi, la speculazione edilizia è stata l’attività economica principale dispetto al lavoro di fabbrica quando si è avuta la crisi».

Il Sud senza le fabbriche si può reggere solo sull’economia turistica?

«Nessuna grande città può vivere solo di turismo – continua lo storico - anche Venezia ha attorno un apparato industriale, Milano, Firenze e Roma pure. Nessuna città, anche d’arte, vive solo di turismo, che oggi a Napoli ci siano più turisti è un fatto positivo ma non ci illudiamo perché questo lo diceva già Nitti ad inizio Novecento. Ci deve essere un equilibrio tra le varie attività il turismo è un componente prezioso ma non può essere l’unico».

Cosa ci insegnano gli articoli di Siani oggi e cosa possono insegnare alle istituzioni che seguono le crisi industriali del Mezzogiorno?

«Possono insegnare due cose – spiega Sales -  una è guardare alle crisi industriali con molta più attenzione di allora perché hanno implicazioni sociali molto forti, due non illudersi che il ciclo edilizio da un lato e il ciclo turistico dall’altro siano due componenti per sostituire l’apparto industriale. Questi sono anche i drammi della globalizzazione, l’Europa non ha la tassazione unitaria, molti vanno dove costa di meno. Loro (gli industriali ndr) lo fanno sempre per una convenienza economica. Perché non investono nel Sud? E’ una questione a cui non si può rispondere in poche parole. Bisogna investire nelle are più arretrate ma allo stesso tempo bisogna formare delle convenienze perché nessuno, autonomamente, investe nelle aree arretrate, in genere si investe dove ci sono condizioni migliori».

La Whirlpool oggi rappresenta il continuo di quella “cultura operaia” narrata da Matilde Serao già nel 1890 ed in seguito da Giancarlo Siani?

“La Whirlpool – conclude il saggista -  è diventata un emblema di quello che il Sud non dovrebbe essere. E’ un simbolo della resistenza dei lavoratori ed è, al tempo stesso, la dimostrazione di come nel Meridione si può fare buona industria perché c’è una classe operaia seria che può fare la propria parte. Da questo punto di vista è un simbolo in diversi sensi. Loro sono espressione di quel mondo operaio che raccontava Serao già nel 1890, un mondo di solidarietà e di competenza”. 

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