Essid, Nobel per la pace:
la guerra avanza, Onu incapace

di ​Ciriaco M. Viggiano

SORRENTO «L'Onu si sta dimostrando incapace di incidere sulla situazione politica in Siria, in Libia e nel resto del Mediterraneo. Per spegnere i focolai di crisi non resta che la strada di un dialogo che vada definitivamente oltre l'Organizzazione delle Nazioni Unite»: ne è convinto Abdelaziz Essid, membro del «quartetto del dialogo» insignito del premio Nobel per la pace nel 2015 per aver ripristinato la democrazia in Tunisia. Componente del Consiglio nazionale forense dello Stato nordafricano, Essid ha ricevuto il premio «Giusti nel mondo», assegnato dal presidente dell'Ordine degli avvocati di Torre Annunziata Gennaro Torrese alle personalità in prima linea nella tutela dei diritti e delle libertà. Avvocato, la guerra continua a dilaniare la Siria al punto da impedire all'Onu l'invio degli aiuti per la popolazione.
È un impegno sufficiente quello svolto dalle Nazioni Unite?
«C'è da premettere che in Siria, così come in Iraq, la comunità internazionale sconta un errore fondamentale: il tentativo di esportare la democrazia con le armi, senza una conoscenza approfondita della realtà nazionale. In Siria la situazione è aggravata dalla presenza sul campo di tante forze che spingono in direzioni diverse a cominciare dagli Stati Uniti, che si oppongono ad Assad, e dalla Russia, che invece supporta il regime. L'Onu non riesce a fare una sintesi tra le opposte visioni, vittima com'è del fortissimo peso politico delle due superpotenze mondiali. E intanto la popolazione è esposta a sofferenze indicibili».
Come se ne esce?
«Attraverso una soluzione politica che promuova un confronto tra gruppi contrapposti: non un dialogo tra i siriani e l'Occidente, ma interno alla comunità nazionale siriana. A stimolarlo non può essere l'America né la Russia che, nutrendo forti interessi politici in Medio Oriente, non godrebbero della necessaria credibilità. Questo ruolo può essere svolto dall'Europa e, in particolare, dalla Germania in virtù del suo peso politico internazionale».
La Libia è sempre divisa tra il governo di Sarraj e le milizie del generale Haftar, instabilità che pesa.
«La Libia è una ferita aperta nel cuore del Mediterraneo. Lo dimostra un dato: negli ultimi anni in Tunisia sono arrivati un milione e 800mila profughi libici e la mancanza di un governo stabile ha favorito il traffico di armi e il via vai di terroristi. Anche in questo caso la soluzione non può essere militare, ma politica: bisogna promuovere il dialogo tra le tribù per avere un governo sufficientemente forte e rappresentativo, magari individuando un leader diverso da Sarraj e Haftar che non troveranno mai un accordo. E se una minoranza dovesse continuare a opporsi, dovranno essere le truppe libiche a regolare la questione, non gli eserciti europei. L'Italia può guidare questo processo non solo per ragioni storiche e geografiche, ma soprattutto perché interessata a limitare i flussi di migranti che partono proprio dalla Libia».
Per sconfiggere il Califfato può essere utile un intervento militare da terra in aggiunta ai bombardamenti?
«Se le potenze mondiali l'avessero realmente voluto, l'Isis sarebbe stato spazzato via in pochi mesi. Evidentemente a qualcuno interessa che il Califfato prosperi, magari per alimentare il traffico di armi e di petrolio. Un intervento militare da terra da parte degli eserciti occidentali può essere decisivo, ma presuppone pur sempre un accordo con le forze armate irachene e siriane e quindi anche con Assad. Ma con quest'ultimo Obama non intende dialogare, a differenza di Putin che è disposto a farlo».
Secondo Papa Francesco siamo davanti a una guerra mondiale a pezzetti. È una definizione che sente di condividere?
«Il clima da terzo conflitto mondiale è evidente. Basti pensare ai tanti focolai di guerra, alla contrapposizione tra superpotenze, all'inconsistenza dell'Onu. Ma Papa Francesco ha usato le parole più belle quando ha definito me e gli altri membri del quartetto tunisino artigiani della pace. Questo fa capire che, per Bergoglio, dalle crisi si esce soltanto con gli strumenti della parole e della saggezza».
Intanto milioni di profughi si dirigono verso l'Europa che, tuttavia, non riesce a delineare una strategia condivisa per ridurre i flussi migratori e aumentare i rimpatri. Come giudica la politica dell'accoglienza europea?
«Insufficiente. L'Ordine degli avvocati tunisini e il Consiglio nazionale forense del vostro Paese hanno trovato un accordo: squadre di formatori italiani cureranno la formazione di 200 giovani tunisini nel settore agroalimentare e dell'energia, dando ad alcuni la possibilità di fare esperienza in Italia. L'Unione europea, invece, non pensa a progetti simili e perciò è destinata a essere ancora meta di profughi».
Da gennaio ad agosto l'Italia ha accolto 145mila migranti. Numeri che, insieme all'inerzia europea, suggeriscono a Renzi di gestire l'emergenza da solo. Ci riuscirà?
«Il premier sbaglia. L'Italia deve lavorare insieme agli altri Stati europei perché il problema dei flussi migratori riguarda l'intero continente. Non serve innalzare muri, presidiare le coste e i confini terrestri: l'Europa, tutta insieme, deve promuovere il dialogo all'interno delle nazioni nordafricane e investire in quelle zone. Serve un atto di coraggio per superare l'emergenza».
Lunedì 26 Settembre 2016, 14:21 - Ultimo aggiornamento: 26-09-2016 18:27
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