Fortuna, 5 anni dopo: «Non è cambiato nulla»

Mercoledì 15 Maggio 2019 di Gigi Di Fiore
Inviato a Caivano

Sotto l'isolato tre non gira un'anima. È nella zona del «Mattone», il ghetto nel ghetto di Parco Verde. In questo palazzo, cinque anni fa è stata uccisa Fortuna Loffredo, sei anni, vittima di un pedofilo. Sempre qui, l'anno prima, era morto Antonio Giglio, quattro anni, scaraventato giù dal settimo piano. Storie di pedofilia, in un edificio di 32 famiglie dove in quattro sono stati arrestati per quelle tremende accuse. Storie torbide, proprio in uno dei più redditizi luoghi dello spaccio di droga. Infanzia violata, in un rione dove l'infanzia non esiste. I piccoli diventano subito adulti senza mezze misure. Mimma Guardato, la mamma di Fortuna, ora vive a Ravenna. Ma ha difficoltà, agli amici cui chiede soldi per sopravvivere ha scritto: «Se non trovo un lavoro, sarò costretta a tornare al Parco. Sarà difficile in quel rione e in quel palazzo».

PICCOLE VEDETTE CRESCONO
I motorini sfrecciano di continuo, con in sella almeno due ragazzini tra gli otto e dieci anni. Senza casco, passano dinanzi la parrocchia di San Paolo Apostolo, passano dinanzi la stazione dei carabinieri e si fermano al «Bar Carolina sala giochi». Sull'edificio, il murales con i volti dei tre ragazzi che, due anni fa, furono travolti e morirono in un incidente stradale. Vite spezzate, in un rione di edilizia popolare che unisce palazzoni Iacp, Gescal e della legge 219. Un parco di abusi e irregolarità, dove i boss della camorra cercano a tremila euro case da liberare per ridarle a chi paga, gestendo un mercato illecito. Maria, rimasta vedova, era andata a vivere qualche mese dalla figlia a Gorizia. Sapendo come funziona al Parco, aveva consegnato le chiavi della sua casa al Comune. Qualcuno l'aveva avvicinata offrendole tremila euro per lasciare la casa. Aveva rifiutato. Al ritorno, ha trovato la porta sfondata e la casa occupata. Le sue chiavi erano rimaste al Comune.

 
«È una realtà cruda, una somma di anarchie e di controllo in mano a chi si impone con la prepotenza» dice don Maurizio Patriciello, il parroco rimasto l'unico riferimento e speranza in questo rione. In parrocchia, distribuiscono 300 pacchi di alimenti a chi non ha i soldi per comprarsi da mangiare.
«Quando si inaugurò il Parco venne di tutto, delinquenti come operai, spacciatori, come disoccupati onesti - racconta don Patriciello - La convivenza è stata una necessità non sempre agevole per chi non delinque. Chi ha potuto, da qui è fuggito».
Nonostante sia gratuito con insegnanti volontari, il doposcuola organizzato in parrocchia viene frequentato solo da dieci ragazzi. Gli altri sono sui motorini, sui viali del Parco. A dieci anni guadagnano già qualche euro per fare le vedette, andare avanti e indietro a segnalare cosa succede per proteggere le tredici piazze di spaccio che qui hanno ripreso vigore dopo la repressione a Scampia. Mamme che pensano a «portare un piatto da mangiare», mettendosi a disposizione dei signori dello spaccio. Come Tina, che spiega: «Ho quattro figli, dobbiamo mangiare, a volte tengo qualcosa nascosto mentre ci sono controlli, poi la riconsegno. Un mio figlio fa la vedetta, a scuola non guadagnerebbe niente». La dispersione scolastica è qui tra le più alte d'Italia. «Il catechismo le mamme lo fanno frqeuentare, certo - dice don Patriciello - ma dopo la Prima comunione i ragazzi scompaiono».
SPERANZE TRONCATE
«No, Bruno non c'è». Niente spiegazioni, ma Bruno Mazza che dal 2008 aveva acceso una speranza anche in questo deserto è lontano. Da tre mesi, è in carcere a Spoleto per scontare vecchie pene residue. Una mazzata per lui, che aveva fondato qui l'associazione «Infanzia da vivere». A tutti raccontava la sua storia: «Avevo 9-10 anni, avevo perso mio padre e il boss era per me una guida spirituale, un punto di riferimento». Dalle rapine, ai furti, allo spaccio fino alla carriera criminale accanto al boss Alfredo Russo, diventato poi collaboratore di giustizia. Nove anni di carcere, poi la nuova vita per stare accanto ai nipoti. «In loro ho rivisto me stesso». L'associazione ha cercato di recuperare molti ragazzini, con lo sport e l'intrattenimento. Poi, a gennaio, Bruno è stato arrestato. Ed è sembrato un presagio su qualsiasi possibilità di riscatto per i 1200 minori a rischio nel rione. I nomi delle famiglie Ciccarelli e Sautto, che si dividono i guadagni illeciti, li conoscono tutti i ragazzini del parco Verde. Nell'enclave dei Ciccarelli, dietro la chiesa, una statua di Padre Pio. Ogni ragazzino sa come le edicole votive, le statue religiose spuntate come funghi, sono punti di appoggio per la giornata dello spaccio, con la segnalazione di estranei e «guardie» nel Parco. Il camioncino rosso di «Angioletto» può entrare e tenere acceso il microfono su Radio studio Enne. Vende zeppole e panzarotti e lo conoscono. Una decina di ragazzini si affolla. È l'unica distrazione in un pomeriggio come gli altri, tra i viali trasformati in discariche di materassi e frigoriferi. Motorini e fischi per un'infanzia annullata dai più grandi. Infanzia negata.
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