Giustizia per Mario Paciolla, il cammino per la verità fa tappa a Massa di Somma

Domenica 16 Maggio 2021 di Patrizia Panico
MASSA DI SOMMA. #GiustiziaperMarioPaciolla, l'amministrazione comunale ha posto uno striscione alle porte della città vesuviana

La sua grande umanità, l'amore verso il prossimo, l'incontro e l'abbraccio tra le culture del mondo: questo e molto altro era Mario Paciolla: un giovane che ha scelto di essere un 'costruttore di pace' ed un ponte attraverso il quale condividere e portare pace. Aveva appena 33 anni, quando lo scorso 15 luglio nella casa di Anna e Pino - la mamma ed il papà del cooperante Onu - giunge una telefonata dalle autorità colombiane che mai nessuno vorrebbe ricevere: la notizia della morte di Mario, data, per altro, per un suicidio, ma su questo vi sono due inchieste, tra cui una della Procura di Roma, tuttora in corso per fare luce sulla verità della morte del giovane.

Dallo scorso luglio Anna e Pino hanno intrapreso una marcia, un cammino lungo e faticoso affinchè verità e giustizia trionfino, come la stessa vita di Mario spesa per gli altri e dall'altra parte del mondo, spesso dove guerre e guerriglie sono vita e palcoscenico quotidiano. 

Lo striscione con il volto di Mario Paciolla, il cooperante dell’Onu la cui tragica morte avvenuta lo scorso 15 luglio in Colombia è ancora avvolta nel mistero, svetta anche dalle porte della città vesuviana. “Giustizia e verità per Mario”, è il grido sullo striscione che il sindaco, Gioacchino Madonna, con volontà unanime del consiglio comunale ha affisso presso l’edificio “Sabin” "per sostenere la battaglia della famiglia e delle istituzioni per la ricerca della verità sulla scomparsa di Mario", ha detto il sindaco che ha ricevuto i genitori del cooperante Onu, Anna e Pino.


Anna e Pino, hanno raccontato con fierezza l’amore che aveva Mario nei confronti del prossimo; il suo desiderio, la sua vocazione, fortissima ed inarrestabile, di essere sempre accanto ai più deboli: sostenere, combattere le loro battaglie di giustizia. Ma ora è per Mario - e tanti come lui - che bisogna combattere e portare avanti la battaglia affinché venga fatta giustizia e luce sulle cause della sua improvvisa morte. 


Mario era in Colombia, a San Vicente de Caguan, in Colombia, negli ultimi anni, dove lavorava ad un progetto delle Organizzazioni delle Nazioni Unite per il reintegro degli ex combattenti delle Farc. 
Ma qualcosa era successo in quelle ultime settimane – racconta la mamma, Anna Motta – nell’ultima telefonata avuta con Mario ci aveva detto di voler tornare. Aveva acquistato anche il biglietto per il rientro in Patria, non aveva spiegato le motivazioni, ma nelle sue parole, spiega la mamma, ci aveva fatto capire che la situazione era insostenibile, pericolosa. “Qualcosa era successo tra Mario ed un responsabile del progetto. Tutto era di fatto pronto per la sua partenza”. Poi il giorno dopo, il 15 luglio 2020, il ritrovamento del suo corpo senza vita nella sua abitazione a San Vicente de caguan. “Suicidio”, avrebbero sostenuto – e magari anche chiuso – le autorità colombiane. Una ipotesi cui né la famiglia del giovane cooperante né tantomeno le autorità italiane hanno mai creduto. Troppe falle, troppi silenzi, tantissime spiegazioni celate dalle autorità colombiane, la Procura italiana di Roma che ha tuttora aperto un fascicolo con ipotesi di omicidio, non ha smesso di indagare. La morte di Mario non trova al momento alcuna spiegazione, le poche notizie sul giallo della morte del cooperante sono state quelle di Claudia Julieta Duqe, una giornalista colombiana le cui inchieste ipotizzerebbero, invece, l’ipotesi che il giovane sia stato assassinato.

Due le inchieste, due le autopsie: in Colombia e alla Procura di Roma. Sono trascorsi dieci mesi dalla scomparsa di Mario e la famiglia chiede verità e giustizia. “Non sappiamo ancora nulla, la Procura italiana mantiene uno strettissimo riserbo su questa vicenda – spiega la mamma – sappiamo però che gli inquirenti insieme ai Ros stanno lavorando intensamente su questo caso. Noi non abbiamo alcun dubbio sulla sua morte – prosegue la madre del giovane – non si è trattato affatto di un suicidio: Mario voleva assolutamente tornare in Italia, amava la vita ed il suo lavoro”.
“Siamo felici dell’immensa solidarietà che stiamo riscontrando a mano a mano dalle amministrazioni comunali. E portare avanti la nostra battaglia di verità e giustizia ci sta facendo scoprire il cuore grande di Mario, grazie ai racconti di tanti che lo hanno conosciuto”, hanno detto i genitori.


Bisogna che sia fatta luce sulla vicenda di Mario Paciolla e di tanti, tantissimi altri giovani che come Mario vivevano per il prossimo: bisogna raccontare le loro storie perché si parla sempre troppo poco della solidarietà, della voglia di lottare per un mondo migliore, di luoghi e popoli che vivono in una costante situazione di disagio e pericolo. Non solo la cronaca di una tragedia ma "raccontare la gioia della solidarietà", ha detto Anna Motta.
 

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