Gli imprenditori si smarcano da Kiton:
«Difficile fare impresa, ma lo spazio c’è»

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di Sergio Governale

Fare impresa a Napoli e al Sud non è impossibile, come sostengono i vertici dell’azienda di moda Kiton, perché ci sono tante eccellenze che riescono a imporsi anche sui mercati internazionali. Ma è sicuramente difficile. Chi opera qui lo fa probabilmente più per ragioni affettive che di portafoglio. Perché gli ostacoli sul territorio sono molti e arcinoti: burocrazia asfissiante, infrastrutture inadeguate, criminalità dilagante, solo per citarne alcuni. Così le pur tantissime potenzialità presenti restano inespresse. E il divario di competitività rispetto al Nord sia dell’Italia che del mondo finisce inevitabilmente per allargarsi. Ne sono convinti gli imprenditori partenopei che qui hanno investito e continuano a farlo e che per deformazione professionale si professano comunque ottimisti. E che non condividono del tutto che la città sia abbandonata dalla politica. 

«Certo non siamo al centro dell’Europa – osserva Gianni Carità, imprenditore orafo e presidente del gruppo Mezzogiorno dei Cavalieri del Lavoro –. Chi vuole fare fatturati è costretto a spostarsi, perché qui le difficoltà sono oggettive. Ma sul nostro territorio ci sono tanti imprenditori che hanno avuto successo. Negli ultimi vent’anni ho visto diverse realtà che hanno fatturato centinaia di milioni di euro. Da noi ci sono grandi imprenditori che sono innanzitutto persone perbene, come i neo Cavalieri del Lavoro, Nicola Pino di Proma e Luca Moschini di Laminazione Sottile e come loro molti altri. E almeno altri cinque meritano di diventarlo quest’anno. Questi sono gli esempi che qui si può fare impresa, malgrado le difficoltà».

Sulla considerazione che Napoli sia abbandonata dalla politica è cauto Paolo Scudieri, a capo di Adler Group, oltre 1,5 miliardi di euro di fatturato, 63 stabilimenti, sette centri di ricerca e 13mila addetti in 22 Paesi. «Quella regionale e quella della città metropolitana – sostiene – stanno prendendo in maggiore considerazione rispetto al passato la mia tesi, ovvero che l’unica via per creare sviluppo è attrarre imprese, aiutati dal governo centrale. Noi imprenditori abbiamo anche un ruolo sociale. Dobbiamo certamente investire nei luoghi dove è più facile farlo, ma dobbiamo anche contribuire senza polemiche a migliorare i territori in cui viviamo, pur se difficili. È più complicato fare impresa qui – aggiunge – e comporta necessariamente più lavoro, ma la nostra è una missione. Ecco perché oggi vengo ascoltato sempre di più dalle istituzioni. Se riuscissimo ad arrivare alla sufficienza, essere cioè alla pari di altri territori, vinceremmo la Champions League. Ecco perché dobbiamo sforzarci per fare quel miglio che tiene lontani dalla sufficienza».

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Venerdì 17 Febbraio 2017, 08:54
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