Baretti, sfida su Fb tra i rampolli dei clan: in cella il figlio del boss di Fuorigrotta

Giovedì 30 Novembre 2017 di Leandro Del Gaudio

Dopo quella notte di violenza e vendetta, avrebbe fatto di tutto per allontanare da sé i sospetti, provando a dribblare le indagini, fino ad ammonire quelli della sua cerchia di non raccontare alcun particolare agli investigatori. Poi sarebbe sparito dalla circolazione per un po': era andato a farsi medicare a Pozzuoli e non a Fuorigrotta o in altri ospedali cittadini, sempre per sviare le indagini, e si era guardato bene dal ritornare a casa, magari per evitare la prova stube, il cosiddetto guanto di paraffina che inchioda chi ha premuto il grilletto e fatto fuoco con la pistola. Sono questi i motivi che hanno spinto i pm della Procura di Napoli ad imprimere una accelerata nel corso dell'inchiesta sulla rissa avvenuta la notte tra il 18 e il 19 novembre scorsi, nel pieno della movida partenopea. Ed è così che ieri mattina, il ventenne Giuseppe Troncone è stato arrestato: pericolo di fuga e inquinamento probatorio, oltre alla gravità degli indizi raccolti finora sul suo conto. Un colpo a sorpresa, dal momento che sempre nel pomeriggio di ieri era stato fissato un interrogatorio investigativo in Procura. Difeso dai penalisti Antonio Abet e Giuseppe Perfetto, ora Troncone (figlio ventenne di Vitale, a sua volta ritenuto boss di Fuorigrotta) è accusato di tentato omicidio, per aver esploso colpi di pistola nella folla dei cosiddetti baretti, con un'arma detenuta illegalmente.

Questa mattina sarà comunque interrogato dai pm Celeste Carrano e Antonella Fratello, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Filippo Beatrice, mentre nei prossimi giorni sarà un gip del Tribunale di Napoli ad interrogare il ventenne per la convalida del fermo. Chiara la ricostruzione di quanto avvenuto alle tre e venti di domenica 19 novembre scorso: due gruppi si sono sfidati sui social, probabilmente su facebook, forse in relazione a litigi consumati in precedenza o a semplici provocazioni via social. Appuntamento a Chiaia, zona baretti, dove una trentina di soggetti legati al clan Formicola di San Giovanni a Teduccio si sono presentati armati di spranghe e coltelli con l'obiettivo mirato di colpire quelli di Fuorigrotta. Ronde in sella agli scooter, terreno di scontro in via Carlo Poerio, dove quelli di Napoli est hanno incontrato il gruppo che sarebbe stato capeggiato da Giuseppe Troncone, dando inizio all'aggressione. È così che il ventenne avrebbe rimediato una serie di fendenti alle gambe, prima di estrarre la pistola e fare fuoco.
 
Un'alba di sangue, ma anche di strategie sottili e finalizzate ad evitare le manette, secondo le prime conclusioni. Ricordate la storia del depistaggio? Una volta al drappello dell'ospedale La Schiana di Pozzuoli, Giuseppe Troncone avrebbe raccontato il falso, a proposito delle ferite rimediate: «Sono stato aggredito al porto di Pozzuoli, volevano il mio orologio...». Da allora il ventenne era sparito, non era tornato più a casa. Ma su cosa fa leva oggi l'accusa di tentato omicidio? Agli atti, c'è la testimonianza di un suo coetaneo, uno dei ragazzi presenti in quella bolgia di Chiaia, tra pugni e manganellate, coltellate e spari nel mucchio. Sarebbe stato riconosciuto come quello che ha fatto fuoco, in uno scenario che punta anche a ricostruire le responsabilità degli altri protagonisti della rissa. E a leggere il lavoro fatto fino a questo momento dagli inquirenti, c'è un particolare che non passa inosservato: tra gli aggressori della prima ora, c'era anche il diciassettenne esponente della famiglia Formicola, che sette giorni prima del raid a Chiaia, era stato protagonista di un altro episodio di cronaca. È il 12 novembre, quando una pattuglia di polizia del commissariato Decumani ferma un minorenne alla guida di un'auto, con una pistola in tasca e alcune centinaia di euro. È incensurato, ma porta un cognome pesante, che lo riconduce alla camorra egemone nel «bronx» di via Taverna del Ferro a San Giovanni a Teduccio.

Cosa accade al minore? Nulla di catastrofico: il 17enne viene fermato dalla polizia, che lo denuncia per il possesso della pistola, ma il pm dei minori non ritiene opportuno chiedere l'arresto dell'indagato. Una valutazione in linea con una giurisprudenza garantista quando si parla di under 18, ma che stride con quanto avverrà sette giorni dopo a Chiaia, con lo stesso 17enne armato di spranghe e coltelli e deciso a scatenare l'inferno contro quelli di Fuorigrotta. Ma torniamo a quella notte. Cosa ha scatenato la guerriglia urbana? Cosa ha provocato lo scontro tra branchi di periferia nel cuore di Chiaia? Domande che verranno poste stamattina al ventenne, sulla scorta delle indagini condotte dagli uomini della Mobile, sotto la guida del primo dirigente Luigi Rinella. Possibile che la miccia sia stata accesa su facebook, sempre a colpi di atteggiamenti provocatori con tatuaggi in bella mostra e messaggi di sfida stile gomorra. Dalla finzione della tv e dei social, alla realtà dello scontro fisico, in una vicenda in cui la polizia ha identificato decine di potenziali testimoni della rissa culminata in diversi feriti. Decisivo il lavoro svolto nelle prime ore dopo la rissa, che ha consentito di identificare quasi tutti i soggetti presenti tra i vicoletti di Chiaia. Sentiti come persone informate dei fatti, tutti hanno provato a scagionarsi, nei prossimi giorni potrebbero essere chiamati a difendersi per una ipotesi di concorso in rissa e lesioni personali. Ora però l'attenzione è tutta concentrata sul presunto pistolero di Chiaia. È sempre uno dei testimoni di quella notte ad aver raccontato la scena clou, che solo per circostanze fortuite non si è trasformato in un dramma con diversi ragazzi uccisi: «Ho visto un ragazzo impugnare la pistola e sparare nel mucchio». Come in un atto terroristico (qualcuno l'ha paragonato a un Bataclan napoletano), dove si sono sfidati due gruppi armati e impuniti, forti della consapevolezza che non basta impugnare una pistola (frutto di una ricettazione) per rischiare di essere arrestati.

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