Il poliziotto in aula: «L'imprenditore Greco trattava con i boss, nel suo ufficio la vedova D'Alessandro»

Mercoledì 2 Ottobre 2019 di Dario Sautto
«Adolfo Greco godeva di una rete fittissima di interessi, ben oltre la provincia di Napoli: dal latte all'immobiliare, fino all'industria aerospaziale. Erano i boss a rivolgersi a lui, avevano rapporti quasi su un piano di parità». Diego Albrizio è uno degli ispettori in servizio alla squadra mobile della questura di Napoli, che ha coordinato le attività di indagini su Greco e sull'Olimpo della camorra di Castellammare e dintorni. Un anno fa ci furono una quindicina di arresti. Ieri è stato Albrizio il primo testimone del pm Giuseppe Cimmarotta al processo che vede alla sbarra l'imprenditore del latte e altri cinque imputati: il boss Luigi Di Martino, reggente del clan Cesarano da pochi giorni trasferito al 41bis nel carcere Opera di Milano perché capace di intessere alleanze e accusato di organizzare omicidi in carcere; e ancora Attilio Di Somma, Umberto Cuomo e Michele e Raffaele Carolei, fratelli di Paolo, elemento di spicco del clan D'Alessandro.
 
«Greco si poteva definire vittima da un punto di vista giuridico, ma se da un lato la minaccia estorsiva poteva sembrare seria, dall'altro Greco non la subiva, perché parlava con i capi dei clan mettendosi sullo stesso piano» ha spiegato l'investigatore, portando diversi esempi. «È insolito che un boss, come è Teresa Martone, la vedova D'Alessandro, vada a fare visita a una vittima di estorsione. Negli uffici della Cil (azienda di Greco), si lamentava che il figlio, Pasquale D'Alessandro, in carcere non riceveva le dovute attenzioni dall'imprenditore, che rispondeva alle lamentele».

Invece, dopo aver parlato con Raffaele Afeltra (detto «burraccione», boss di Pimonte e Agerola) riceve il fratello Francesco Afeltra (alias Franchino) al quale direbbe candidamente «tuo fratello non capisce niente» e praticamente pattuisce lo «sconto» sull'estorsione da imporre a un imprenditore agerolese amico di Greco in virtù di «rapporti consolidati». Greco «fa da puparo» dettando i comportamenti da avere al titolare di un caseificio agerolese. Agli Afeltra, Greco rifiuterebbe un prestito da un milione di euro per una ditta interessata ai lavori al cimitero di Santa Maria la Carità, anche se di soldi ne ha: durante il blitz dello scorso 5 dicembre, in casa i poliziotti hanno trovato 2,7 milioni di euro in contanti «divisi in mazzette precise con nomi e riferimenti, anche datati».

Le indagini, però, partono dalle dichiarazioni di Salvatore Belviso, killer del consigliere comunale stabiese Gino Tommasino, passato tra i collaboratori di giustizia. È lui ad indicare Adolfo Greco come «imprenditore di riferimento del clan D'Alessandro». La Dda nel 2013 fa partire le indagini, che hanno subito dei riscontri: Greco era già stato accusato di essere il referente stabiese della Nco e, insieme al defunto «boss delle cerimonie» Tobia Antonio Polese, era stato condannato per favoreggiamento reale a Raffaele Cutolo per l'intestazione fittizia del castello mediceo di Ottaviano. «I nomi dei due imprenditori figurano come soci anche nella PolGre 2000, società che stava progettando la riqualificazione dell'ex area Cirio di Castellammare, su cui erano forti le mire della camorra» spiega l'ispettore Albrizio. Gli strani intrecci tra imprenditoria e camorra sono stati spiegati ai giudici del tribunale di Torre Annunziata (presidente di collegio Fernanda Iannone, a latere Silvia Paladino e Luisa Crasta) anche facendo riferimento ai contatti telefonici tra Greco e i Carolei: «Si fa annullare una richiesta estorsiva arrivata dai Vitale del centro antico di Castellammare».
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