Il presidente del Cnr Inguscio: «L'Italia deve pagare il merito»

Lunedì 11 Dicembre 2017 di Nando Santonastaso
Il presidente del Cnr Inguscio: «L'Italia deve pagare il merito»

Presidente Inguscio, la Giornata organizzata oggi al Teatro Mercadante dal Mattino sulla fuga dei cervelli dal Sud e sulle scelte per convincere i giovani a tornare o a restare parte da un dato inconfutabile ripropone l'interrogativo: perché l'Italia non è attrattiva per i cervelli d'oltre confine?
«Non è proprio così. I ricercatori italiani all'ultima tornata di progetti finanziati per 630 milioni dal Consiglio europeo della ricerca si sono classificati al secondo posto su 39 nazioni davanti all'Inghilterra e alla Francia, che sono tra i Paesi più scelti dai ricercatori italiani e di altre nazioni. I nostri scienziati e ricercatori in realtà sono tra i più bravi al mondo se il dato venisse normalizzato, ad esempio, sul numero e sulle percentuali di laureati o sugli investimenti in ricerca per abitante o laureato».
Ma se i nostri giovani vengono sempre più attratti da Paesi stranieri che investono maggiormente sulla ricerca un motivo ci sarà.
«Tra i motivi di alta attrazione di cervelli di Inghilterra e Francia c'è ad esempio il fatto di avere, rispetto all'Italia, regole più flessibili nei percorsi e nelle carriere sia nelle università sia nei centri pubblici di ricerca, con la possibilità cioè di definire compensi e salari in modo più personalizzato in base al merito. Ci sono poi altri fattori rilevanti, come l'offerta di lavoro per il partner del ricercatore oppure il pagamento dell'asilo e delle scuole per i figli».
Scenari impossibili per l'Italia?
«Penso e mi auguro di no. Il governo sta lavorando a nuovi strumenti e fondi per superare questi svantaggi competitivi come sistema Paese. Anche al CNR stiamo programmando per il prossimo anno procedure, strumenti e fondi ad hoc per la selezione di nuovi ricercatrici e ricercatori con la possibilità di chiamata diretta per chiara fama e meriti scientifici, come ad esempio nel caso di vincitori di concorsi europei della ricerca, Erc nell'acronimo».

 

D'accordo, ma non ritiene che da troppo tempo l'ascensore sociale in Italia sia fermo e che manchi anche nella ricerca un'adeguata cultura della meritocrazia?
«Sono diversi i fattori, sia storici e culturali sia legati al tempo in cui viviamo. Il tasso di laureati in Italia è tra i più bassi in Europa, così come l'età media in cui ci si laurea. Gli strumenti del mercato del lavoro e le politiche fiscali disponibili solo recentemente hanno dato qualche leva in più alle aziende e agli imprenditori che vogliono assumere. Altro elemento storico è il finanziamento a pioggia nelle università ed enti pubblici di ricerca. Questa passata politica non ha permesso la proliferazione e l'aggregazione dei poli universitari e di ricerca di altissimo livello secondo linee strategiche infrastrutturali e geografiche per il Paese. L'attuale Piano nazionale della ricerca e nel caso del Cnr il Piano triennale sono invece orientati su 25 aree strategiche e infrastrutturali, con alcuni poli di eccellenza anche nel Mezzogiorno che attraggono su base competitiva ricercatori e investimenti. La svolta mi pare assai significativa».
Lei ritiene adeguata la quantità di risorse finalizzate allo sviluppo della ricerca pubblica nel Mezzogiorno?
«Ribadisco che gli investimenti per la promozione della ricerca nel Sud Italia sono una priorità del Pnr. E ciò costituisce una grande opportunità per lo sviluppo e il consolidamento della Rete scientifica del Cnr nelle regioni meridionali così come per lo sviluppo scientifico e professionale dei giovani più in generale. Mi pare che programmi strategici per il Mezzogiorno come quelli che abbiamo messo in campo di recente come Cnr lo confermino. Penso ad esempio al Progetto pilota Smart@Pompei per la creazione del primo Smart Archaeological Park in Italia e nel mondo presso il Parco archeologico di Pompei che, per le dotazioni tecnologiche all'avanguardia nonché per le caratteristiche ambientali diversificate, si presta ad essere il sito presso il quale realizzare un modello/dimostratore tecnologico integrato per la gestione della sicurezza delle persone e dei i monumenti in condizioni normali e in caso di emergenze. Per non parlare poi dei programmi europei Bluemed e Lifewatch o il cluster nazionale Big (che ha sede proprio a Napoli) che si occuperanno di biodiversità marine e di economia del mare nel contesto geografico più appropriato come quello meridionale».
Basteranno ad attrarre un numero sempre maggiore di giovani alla ricerca nel Sud e a garantire loro contratti veri e non da precari?
«Che bisogna fare sempre di più non c'è dubbio. Ma va ricordato che non siamo all'anno zero. Per fortuna ci sono molti progetti strategici per il Paese localizzati nel Mezzogiorno che aiuteranno ad aumentare il numero di giovani ad affermarsi e a salire la scala sociale. Ma ci vorranno anni e l'impegno costante sia della politica sia del mondo dell'istruzione sia delle imprese e delle famiglie. Mi dispiace ad esempio che ci siano ancora pochissime donne tra le nostre ricercatrici. È un limite, forse culturale, che va superato perché l'esperienza dimostra che le donne possono tranquillamente essere competitive come gli uomini. Due ricercatrici napoletane, una chimica l'altra biologa che dopo anni di lavoro presso l'Istituto di Bioscienze e Biorisorse del Dipartimento Bio-Agroalimentare, sede secondaria di Napoli, sono state immesse in ruolo nell'ambito delle assunzioni programmate, si stanno rivelando assolutamente competitive su scala internazionale».
In che senso?
«Il loro contributo in ricerche di genetica e microbiologia ha permesso pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali di primo piano. Per essere ancora più concreti: una ha sviluppato un sistema per migliorare la fertilità dei suoli utilizzando batteri che consentono alle piante di resistere alla siccità. L'altra, con un microscopio molto innovativo, studia i meccanismi cellulari che sono alla base di malattie genetiche e alcuni tipi di tumori ereditari. Ma di esempi come questi se ne possono fare tantissimi».
Se la sente di rassicurare i giovani del Mezzogiorno che vogliono fare ricerca che il loro futuro sarà migliore di quello dei loro genitori?
«Sì. Perché c'è molto sul terreno che forse non si conosce o viene comunicato male. Penso ai dottorati di ricerca industriale sviluppati con università di eccellenza, tra cui la Federico II e la rete di imprese di Confindustria. Oppure ai progetti di Alternanza scuola lavoro del Cnr che nell'ultimo triennio hanno impegnato diverse centinaia di ricercatrici e ricercatori con 69 nostri istituti di ricerca, coinvolgendo oltre 10.000 studentesse e studenti in 41 città con 433 progetti in 553 istituti scolastici e licei. Si tratta principalmente di attività di laboratorio o ricerca presso le scuole o gli istituti Cnr, attività di informatica, web e social, attività di divulgazione scientifica. Da quest'anno scolastico poi collaboriamo con la Fondazione Napoli Novantanove, il Miur e il ministero dei Beni culturali per il progetto l'Archivio Nazionale dei monumenti adottati dalle scuole italiane rivolto alle scuole di ogni ordine e grado che vogliano entrare a far parte della Rete nazionale La Scuola adotta un monumento e arricchire il costituendo Archivio Nazionale dei monumenti adottati dalle scuole italiane».
Resta il fatto che i laureati italiani continuano ad essere troppo pochi, come lei stesso ha detto.
«C'è un deficit soprattutto nelle materie scientifiche ma questo forse dipende anche dal fatto che i giovani pensano già all'atto dell'iscrizione alla specializzazione. Io credo invece che sia più opportuno prepararsi ad una conoscenza di base solida che può essere utile in un secondo momento, quando cioè bisognerà affrontare la scelta della specializzazione. Con questo criterio, a mio avviso, sarà più facile individuare il percorso più idoneo e in linea con le esigenze del mercato per il proprio futuro occupazionale».
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Ultimo aggiornamento: 08:06 © RIPRODUZIONE RISERVATA