Napoli. Il sangue della città e la lotta per il potere

Napoli. Il sangue della città e la lotta per il potere
di Vittorio Del Tufo
Martedì 1 Marzo 2016, 11:21 - Ultimo agg. 11:44
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Un concetto, soprattutto, va ribadito con forza, affinché giunga in modo chiaro ai credenti e ai non credenti, ai devoti e agli scettici, ai fedeli e agli indifferenti: San Gennaro appartiene alla città, non alla Curia. La Deputazione, che nasce dagli antichi Sedili, rappresenta tutta la popolazione, non l'organizzazione ecclesiastica. Una delle due chiavi necessarie per aprire la cassaforte che custodisce la reliquia è nelle mani del sindaco; è la comunità cittadina la vera padrona di casa della Cappella dov'è custodita la teca contenente le ampolle. Non comprendere la laicità dell'istituzione significa non comprendere Napoli. Significa, peggio, voler piegare le tradizioni - anche quelle laiche, soprattutto quelle laiche - a esigenze e finalità che nulla hanno a che vedere con la storia di una devozione unica al mondo.

Ha ragione il filosofo Aldo Masullo quando afferma che questo caso ha il sapore di diatribe d'altri tempi. Dietro la complessità della controversia giuridica si nasconde un tentativo di appropriazione del «marchio» San Gennaro che, se dovesse andare in porto, finirebbe con lo snaturare completamente la natura laica del «prodigio». Un «prodigio» sul quale, d'altra parte, la comunità scientifica si interroga da tempo. Così come da tempo autorevoli scienziati sostengono che il cosiddetto miracolo della liquefazione del sangue sia in realtà riproducibile in laboratorio. Ora, ci si può interrogare a lungo sulle ragioni per cui nel «prodigioso» sangue di San Gennaro si sia incarnata l'anima stessa di una città, di tutta la città. Ma è un fatto: esso sì, miracoloso. Su questo unicum napoletano, fondato su un delicatissimo equilibrio, sarebbe auspicabile che nessuno entrasse a gamba tesa. Il tentativo di equiparare la Deputazione a una Fabbriceria e rinominare arbitrariamente i deputati nasconde, al di là del groviglio giuridico per addetti ai lavori, la tentazione di fare piazza pulita della laicità della Cappella, dunque di tenere sotto stretto controllo tutto ciò che attiene, direttamente o indirettamente, al culto popolare di San Gennaro. Che invece riguarda tutti: credenti e non credenti, devoti e non devoti, fedeli e non fedeli. È da molti secoli che il culto laico di San Gennaro viene manipolato per fini di captatio benevolentiae: dal 1389, per la precisione. Da quando, cioè, il cosiddetto miracolo di San Gennaro fu documentato per la prima volta dai cronisti dell'epoca. Attenzione alla data: si era nel pieno del grande Scisma di Occidente, e in città la contrapposizione tra la fazione filo-avignonese e quella filo-romana era più che mai accesa, i conflitti tra i partiti del Papa e dell'Antipapa erano all'ordine del giorno. In quei giorni, raccontano gli storici, erano in programma i festeggiamenti per l'arrivo in città di un'ambasceria proveniente da Avignone e la «liquefazione» del sangue avrebbe fatto «risplendere di soprannaturale» l'evento, garantendo consensi alla causa dell'obbedienza avignonese. Era il 17 agosto 1389. E per anni, tre volte all'anno, dal «miracolo» della liquefazione i sovrani, i governanti e gli uomini forti dei Sedili trassero linfa e buoni auspici circa il governo delle terrene cose. Trassero potere e vantaggi di ogni tipo.Chi ne trasse più vantaggi di tutti, però, fu la Chiesa, che da allora il «miracolo» se lo tiene stretto.

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