Il Wall Street Journal contro Maradona: «È un truffatore, perché Napoli crede sia un santo?»

Venerdì 25 Agosto 2017 di Gennaro Morra
Il tweet con cui il Wall Street Journal ha condiviso l'articolo

«La terza città d’Italia come fa a venerare, al pari dei suoi santi patroni, un calciatore argentino, truffatore reo confesso e squalificato per droga?». In sostanza è quello che si chiede Ian Lowett, che in un articolo apparso sul Wall Street Journal qualche giorno fa racconta un suo soggiorno a Napoli. E più di tutto, il giornalista pare sia rimasto colpito dalla massiccia presenza in città di immagini e cimeli che rappresentano Diego Armando Maradona.
 
«La sua faccia è dipinta sui muri, disegnata col gesso sui marciapiedi e incollata sulle porte dei ristorati – scrive il corrispondente della testata statunitense –. Sulle vetrine ci sono suoi poster, dove viene definito un santo o, più semplicemente, D10s». E non si spiega come mai un calciatore come lui, che ha confessato di aver fatto uso di droga quando ancora giocava, che ha ammesso di aver segnato un gol con la mano contro l’Inghilterra al Mondiale dell’86 e che ha contribuito a far eliminare l’Italia in quello del 90, sia considerato dai napoletani alla stessa stregua di San Patrizia e San Gennaro, santi protettori della città. Osannato da tutti solo per aver fatto vincere alla squadra di calcio due titoli nazionali.
 
E allora va in giro per la città, Ian Lowett, e chiede alla gente per strada, entra nei bar e nei negozi, interroga i ragazzini, che nemmeno erano nati quando Maradona giocava a Napoli. Eppure un ragazzino gli risponde che lui Diego l’ha visto giocare. L’ha visto su una delle tante emittenti televisive locali, che periodicamente trasmettono le azioni più belle del Pibe de oro quando indossava la maglia azzurra. Poi, il giornalista si rivolge a un'ambulante, una donna che ha una bancarella di magliette del Napoli Calcio. E lei gli dice che, anche se Maradona non gioca più nella squadra da molto tempo, è sempre la sua maglia quella più venduta.
 
Infine, Ian Lowett entra in due locali del centro storico. In quello del signor Cozzolino c’è un’intera parete dedicata a Napoli e a Maradona. Il proprietario gli spiega che quello che Diego combinava nella sua vita privata erano affari suoi. «Lui era capace di passare tutta la notte fuori casa a festeggiare – racconta –, poi il giorno dopo andava in campo e segnava. È fatto come i napoletani, è un pazzariello». Attraversando la strada, Lowett trova il bar Nilo, dove il proprietario, Bruno Alcide, conserva come fosse una reliquie un riccio nero di Maradona. E Bruno, per fargli capire perché quel genio del pallone è tanto importante per la città, gli dice: «Quando i napoletani si svegliano, pensano prima al calcio e poi alla famiglia». Ma, a giudicare dal titolo del suo articolo, la sua personale ricerca sul rapporto stretto che lega Napoli a Maradona, e viceversa, non è servita a molto.

 

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